Pages Navigation Menu

foto, lettere, diari, poesie, racconti, ricette

A la Sensa, mati chi pensa!

A la Sensa, mati chi pensa!

Nella Venezia di molto tempo fa si dava particolare importanza alla festa dell’Ascensione (la Sensa) che poi coincideva con la cerimonia dello Sposalizio del Mare. Tutta la città partecipava con grande sfarzo, basti ricordare che il Bucintoro, la grande nave da parata, poi distrutta dalle milizie napoleoniche, veniva portata fuori dall’Arsenale e usata per portare il Doge con tutto il Senato fino alle bocche del Lido dove avveniva la grandiosa cerimonia, subito dopo cominciavano i festeggiamenti nel Palazzo Ducale, nelle case dei nobili, ma non mancavano i banchetti della fiera allestiti al Lido e lungo tutte le rive del sestiere di Castello e duravano per i quindici giorni successivi.

A volte la festa continuava fino al Corpus Domini, cioè la festività successiva a quella della Trinità. In piazza san Marco si snodava la processione con il Patriarca che reggeva l’ostensorio, protetto dal baldacchino tutto broccato in oro, le Confraternite che lo seguivano riconoscibili dalle insegne che li distinguevano. Questa festa segnava una tappa importante per la città perché si svuotava di tutta la sua nobiltà che partiva con le gondole e tutta la

il corteo di gondole

il corteo di gondole

servitù e andava ad occupare le ville di terraferma, qui li aspettava un periodo intenso di raccolta e accumulo di granaglie, verdure, prese dai campi per essere trasferite al mercato cittadino, poi c’era il vino da travasare e da mettere nelle botti ad invecchiare, gli animali della stalla e del cortile che venivano macellati e deposti a conservare su degli appositi luoghi, le “giasare”, dove con l’ausilio del ghiaccio raccolto nei laghetti delle ville durante la stagione invernale, serviva a conservare la carne per molti giorni, il latte da trasformare in formaggio utile alla cucina veneziana ed infine uova e frutta che venivano raccolte in abbondanza per farne dei biscotti, dolci, marmellate, gelati, frutta sciroppata o sotto grappa.

L’interesse per la terraferma a Venezia ebbe un inizio e un seguito causato da alcune vicende militari che avevano coinvolto la città facendo modificare radicalmente l’orientamento politico della Repubblica. La guerra del sale con Chioggia,

dato che si affaccia pure lei sul mare e la laguna, da dove ne ricavava il sale, poi per colpa di certe alleanze con Genova prima e con i Carraresi poi, decise di non trasferirlo più a Venezia e per questo motivo a metà del trecento si arrivò al conflitto con la conseguenza che Chioggia dovette riconoscere la grande supremazia di Venezia e così, sconfitta, si legò alla Serenissima. Sconfitti pure i Carraresi di Padova, il dominio si allargò anche ai suoi territori, poi col tempo una alla volta le città di terrraferma si legarono alla Dominante fino alla sconfitta di Agnadello, vicino a Crema, per opera della Lega di Cambrai nel 1509. Il contributo dato dai contadini che si ribellarono agli invasori e con l’aiuto dei furlani, che ruppero l’assedio delle milizie della Lega si scongiurò la capitolazione di Venezia che ne trasse una grande lezione, sia militare che politica e le mire espansionistiche che si era fissata furono enormemente ridimensionate, poi a fine secolo ci fu la grande vittoria navale di Lepanto, nel 1571, ecco un breve cenno.

Il mare Adriatico, era infestato di navi turche e di pirati provenienti dai lontani porti del nord Africa, erano pericolosi e sanguinari, spesso attaccavano i vascelli veneziani con azioni fulminee e ammazzavano gli equipaggi mettendoli in bella mostra sui pennoni come dei trofei, sono atti che spesso generavano l’immediata risposta di Venezia creando conflitti continui ed esasperanti fino alla famosa battaglia di Lepanto dove le flotte si scontrarono in una delle più grandi battaglie navali che si ricorda. Sono 212 le navi turche e imbarcano circa 88 mila uomini armati di tutto punto, dall’altra parte ci sono 207 navi che imbarcano 74 mila uomini; a mezzogiorno del 7 ottobre 1571 parte la prima cannonata, crea non poco scompiglio e diede inizio alla battaglia che si protrae per 5 ore generando la morte di 30.000 turchi, 100.000 feriti e 8.000 prigionieri, mentre nella flotta veneziana, ma sarebbe più giusto dire della Lega visto che in questa occasione si era alleata con il Granducato d’Austria e sia con il Papato, si contano circa 7.656 morti e tra questi 4.856 veneziani. Il figlio del comandate della flotta turca Mustafà Pascia viene ucciso e così si arriva alla resa da parte dei turchi, che sono costretti a ripiegare e fuggire verso porti più sicuri. I veneziani a questo punto ben caricati dalla vittoria vorrebbero terminare il lavoro riconquistando i porti che negli anni passati erano stati presi dagli avversari ma non trovano un accordo co gli alleati e così devono rinunciare al loro proposito, quello di rimettere di nuovo il vessillo di san Marco sui pennoni delle isole del mar Egeo.

A Venezia la vittoria venne festeggiata con solennità peccato però che le previsioni che avevano fatto si rivelarono esatte perché i turchi non appena riuscirono a leccarsi per bene le ferite si riorganizzarono e ritornarono a combattere sull’Adriatico conquistando poco alla volta tutti i paesi della costa fino ad arrivare alle porte di Vienna, che resistette a lungo fino a farli fuggire e con la successiva controffensiva li rimandarono dentro i confini fino a quel tempo acquisiti dai turchi. Queste continue guerre dissanguarono le già esauste casse della Repubblica Serenissima imponendo un cambio di rotta e così si decise di sviluppare di più la terraferma, un bel territorio ricco di terreni fertili, piuttosto che puntare al monopolio dei traffici marittimi, inoltre le rotte delle navi si stavano spostando verso l’oceano Atlantico creando non poche difficoltà al porto di Venezia.

Seppur in breve questi sono stati i principali motivi che hanno spinto i nobili veneziani a interessarsi delle terre del Padovano, del Trevigiano, del Cadore, del Polesine, del Veronese ecc.. se questi avvenimenti del Cinquecento avevano generato immani tragedie, nonostante ciò i veneziani riuscirono a trarne dei benefici con lo sviluppo della terraferma, ripristinando gli equilibri perduti. Avviarono delle profonde trasformazioni territoriali, bonificando grandissime estensioni di terreni paludosi e modificando l’alveo dei grandi fiumi che sfociavano nella laguna, in questo modo riuscirono a far emergere terreni vicini alla città resi fertili dalle continue alluvioni, dove iniziarono a coltivare il grano, l’orzo, il mais, le barbaietole da zucchero, il riso e tutte le verdure utili alle mense della città.

Con questi discorsi però non ci siamo dimenticati dei veneziani che partivano dalla città per andare in campagna (adesso si dice che si va in vacanza), accolti festosamente al loro arrivo nelle corti delle grandi ville della Repubblica, grandi esempi di architettura rurale, realizzate dai più grandi architetti del tempo, uno su tutti Palladio, belle e imponenti, lussuose e confortevoli soprattutto dovevavo rispecchiare fedelmente quello che rappresentava la vita lasciata a Venezia, ecco che allora c’era sempre il salone per i balli, il teatrino posto sopra alla “giasara” che doveva allietare le serate estive, il salottino della musica, gli affreschi con scene che richiamavano lo sfarzo e la gloria della famiglia che aveva costruito la villa. Chi ha avuto modo di visitarle o lo farà prossimamente ne rimarrà incantato nel vedere come la mitologia, la matematica, l’astronomia, allora conosciuta sono affrescate sulle pareti di queste sontuose dimore, se qualcuno ha cercato di strappare dalle pareti pure queste straordinarie opere d’arte molte altre sono ben conservate e desiderano solo di essere ammirate. I nobili perciò non si facevano mancare nulla e ben volentieri desideravano mostrarlo agli ospiti, per questo organizzavano spesso delle bellissime feste dove invitavano amici e conoscenti che dovevano solo beatificarsi mangiando ai banchetti allestiti nei saloni e quando faceva bel tempo, nei giardini altrettanto sontuosi e belli, o nei prati di queste magnifiche ville. I cuochi si sbizzarrivano volentieri e preparavano piatti anche di nuova interpretazione magari letti negli ultimi ricettari stampati dalle tipografie di Venezia e pubblicati in diverse copie che immediatamente venivano vendute.

A la Sensa mati chi pensa!” in questi giorni dunque bisogna essere privi di ogni preoccupazioni e potersi godere la vita perché quello che conta è superare le difficoltà consumando i dispiaceri nella gioia dello stare insieme a banchettare magari anche per diversi giorni e in molti casi con intermezzi musicali, impegnando di lavoro i cuochi e la servitù, con uno stile rimasto inconfondibile anche nei secoli successivi fino ad un giorno, ricordato in un altro articolo, dove questa festa venne funestata in maniera indelebile dalle truppe napoleoniche che occuparono la città e ne offuscarono i nove secoli di vita, quella tipica e inconfondibile della Repubblica Serenissima.

Eccovi perciò una poesia di Carlo Goldoni che ben racconta quello che succedeva quando si era ospitati nelle ville del Dogado. L’anno prima era stato ospite alla villa di Lodovico Widman di Bagnoli (piccolo paese della bassa padovana):

“El paron generoso accoglie tutti

con trattamento nobile e cortese.

E ho godesto anca mi de sti bei fruti.

L’anno passà son sta a Bagnoli un mese,

a non lodar bisognaria essere muti

le gran tole, i gran spassi e le gran spese:

ma quel che più de tuto fa stupor

del paron de casa el gran buon cuor.

Tuti gode un’intiera libertà,

dorme chi vol dormir, magna chi ha fame,

balla chi vole ballar, canta chi sa,

chi va solo in zardin, chi cole dame,

chi a sie cavalli strasinar se fa,

chi visita le razze e chi el bestiame

chi zoga a tavolin la note e ‘l dì…”

Qui c’è tutta la gioia di vivere dei signori veneziani che dopo la festa della “Sensa” partivano con le gondole per andare ad occupare le loro ville di campagna e in questi territori che prima erano ostili, ora invece erano diventati dei luoghi da dove si poteva essere ricambiati perché dalla terra potevano trarre enormi benefici.

Le foto sono tutte della collezione di Paolo Nequinio.
468 ad

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *