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Bati marso – Batti marzo

Bati marso – Batti marzo

I n primavera il sole illumina le giornate con più vigore, il clima si stempera, la luce che inizia lentamente a predominare sul buio le ravviva, qualche gemma si ingrossa nei rami, evidenzia che la vita si sta rianimando.

Solo alcuni decenni fa, se questo evento era in ritardo a causa del freddo che ne impediva lo sviluppo le persone si affidavano ad alcuni gesti scaramantici e allora si cercava di risvegliare la terra facendo un grande baccano. Il legame con la meteorologia era più forte, più sentito perché si viveva in continuo contatto con la natura circostante, tutte le stagioni e i loro ritmi erano molto evidenti ed erano in simbiosi con la vita agreste di quel tempo.

Il tempo atmosferico segnava le stagioni e perciò ci si sbagliava di poco, era evidente quando iniziava l’inverno o la primavera, l’estate e l’autunno, segnali chiari si notavano nei campi perché d’inverno faceva freddo e c’era sempre il ghiaccio e la neve, così pure in primavera lo sbocciare dei fiori sugli alberi da frutto, oggi l’inverno o autunno, la primavera e l’estate sono diventate delle stagioni meno naturali.

Anche l’inizio dell’anno nella Repubblica Serenissima di Venezia cadeva il primo giorno di marzo (More Veneto), non come si usa oggi il primo di gennaio ed era logico perché tutto riparte in questo periodo e sembra che la terra si risvegli da un certo torpore e per questa ragione uno degli avvenimenti molto in voga tempo fa, quasi trapassato e da poco tempo rivalutato è il “Bati Marso”, “Battere Marzo”.

Nel nostro emisfero boreale all’inizio di questo mese ci si sta avvicinando all’equinozio di primavera, la terra come ho scritto si risveglia dal letargo invernale, si ravvivano le piante, le gemme si ingrossano, cominciano a vedersi i boccioli dei fiori, nei prati rinasce l’erba mostrando verdi sgargianti, molti fiori la punteggiano e la esaltano, anche nell’orto rinascono le primizie, erbe commestibili e spontanee sbocciano nei prati e poi si colgono e si preparano per essere usate nelle varie ricette e sanno di fresco, sono saporite e soprattutto sono gustose.

Anche le persone si rianimavano e volevano far festa perché l’inverno era ormai un ricordo, si andava di casa in casa sbattendo con dei bastoni su coperchi o vecchie pentole, per aiutare la primavera a scacciare l’inverno e perché si era stanchi “de fare fiò” nella stalla, (ritrovarsi assieme alle bestie e trascorre la serata a scaldarsi, raccontandosi le storie, le notizie, cantilene”),  Il lume a petrolio che illuminava appena, appoggiato lontano dalla paglia, le sedie in cerchio a piccoli gruppi da una parte le donne a cullare i bambini piccoli o a rammendare qualche stoffa, le altre che recitavano le preghiere e le litanie in latino. Gli uomini in un’altra parte a giocare con le carte o a far discorsi sui lavori da fare, la potatura delle viti e delle piante “i selgari”, in cantina “el travaso del vin”, nel fienile, in pollaio e si programmava l’uccisione del maiale con “ea festa del mas-cio”, si preparavano i salami, i prosciutti, i cotechini e tutto il resto, lentamente arrivava anche la buona stagione e cresceva la voglia di poter ammirare i primi segnali così ricchi di significati, la terra che rinasce a nuova vita e perché no senza mai distaccarsi dagli evidenti significati religiosi ad essa legati, si avvicina anche la “festa granda di Pasqua”, da sempre considerata la festa più importante per tutti coloro che hanno avuto una educazione cristiana.

Tutto doveva gioire nei giorni di inizio di marzo e quindi ci si alzava di buon mattino e si partiva a passo svelto e si cantavano canzoni propiziatrici come questa:“ ‘l finir de febraro che xe in ùltima l’inverno….vegnì fora sente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co’ racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate….vegnì, gente…”, “è finito febbraio che sono gli ultimi giorni dell’inverno (si diceva che febbraio era il mese più freddo dell’anno), venite fuori gente, venite in strada a far chiasso, a battere per svegliare marzo, con i rocchetti o dei pezzi di legno, i fischietti di carnevale, bidoni o i coperchi delle pentole da usare come tamburi, venite gente, avanti aprite, venite fuori”; e naturalmente le brave donne e le nonne portavano fuori le ciambelle di mele fritte ricoperte di miele o di zucchero e altri dolci preparati nei giorni precedenti la festa. Tutti coloro che potevano interrompere il lavoro che stavano facendo si univano alla comitiva e si formava un bel drappello di vocianti scalmanati e andavano di casa in casa o di corte in corte, alla fine del giro si riunivano in una di queste per dividere il bottino raccolto e quache volta riservava delle sorprese perché oltre alle frittelle messe nel cartoccio o subito mangiate, si potevano trovare dei dolcetti, i zuccherini, dei cioccolatini, del croccante quello fatto con le noci, o le nocciole, o le arachidi e rivestite di zucchero caramellato, allora questi dolcetti si tenevano per i giorni succesivi, di scorta. Si vociava e ci si consolava per le belle giornate di luce più lunga e con orgoglio si diceva che era merito del chiasso che avevano fatto e anche se la vita era comunque stentata dalle scarse risorse economiche e gli acciacchi erano spesso frequenti, almeno la stagione si apriva ed era foriera di nuovi raccolti.

Ricominciava il lavoro nei campi, si riprendeva a dissodare e a seminare e dato che l’inverno aveva obbligato a consumare le scorte era necessario rimpiazzarle con altre di nuove, appena colte, per questo motivo non era bene lasciare all’inverno di prolungare la sua permanenza perché prolungava anche la stanchezza e tutto diventava più difficile.

Adesso notiamo che questa tradizione del “batare marso” si è dimenticata, così come “el fiò” fatto nelle stalle ed anche altre antiche usanze perché la televisione si è fatta interprete delle nuove abitudini facendoci diventare più moderni e ha sostituito tutte queste feste propiziatrici. Adesso il chiasso lo fa lei e di continuo, è accesa ogni giorno e ad ogni ora e ci racconta tutto del mondo ma ci ha fatto scordare le vecchie usanze popolari che segnavano la cadenza delle stagioni che ci legava al ciclo della vita fatto di gioie e di dolori, il cambiamento con le sue fasi, il sonno dell’inverno e il risveglio della primavera, l’abbondanza dell’estate e la caducità dell’autunno.

Non tanti decenni fa se si viveva di mistero esistevano anche le certezze  costruite di esperienza, tenacia e memoria per questo vi vogliamo proporre dei racconti che poi finiscono in alcune ricette accompagnate da un buon bicchiere di vino o altra bevanda, cominciando proprio dal primo di marzo, possismo aggiungere ultimi giorni di febbraio e primi giorni di marzo, “More Veneto”, come si era soliti iniziare l’anno al tempo della Serenissima Repubblica di Venezia, con la speranza di far vivere una intensa emozione.

Frittelle con le mele: 150 gr. di farina fiore, 50 gr. di zucchero, 2 uova, 1 bicchiere di latte o poco meno, un pizzico di sale, 4 mele tipo renette o golden, la punta di un cucchiaino di lievito per dolci, olio di semi per friggere, zucchero semolato per guarnire alla fine.

Preparazione: scaldare in un pentolino il latte senza portarlo a ebolizione, rompere le uova in una terrina, mettere un pizzico di sale e incorporare la farina, aggiungere il latte a poco a poco, mescolare con una frusta per evitare grumi, quindi aggiungere lo zucchero e il lievito, continuare a mescolare fino a quando si ottiene un impasto molto soffice e molle, lasciare riposare. Lavare e sbucciare le mele, togliere il torsolo e formare delle rondelle uniformi di spessore, a questo punto passarle nell’impasto in modo da ricoprirle bene da entrambi i lati ed infine farle scivolare nell’olio caldo ma non bollente e poche per volta. Quando sono ben dorate da entrambe i lati toglierle con una schiumarola e depositarle sopra ad un foglio di carta assorbente per togliere l’olio in eccesso. Spolverarle di zucchero semolato e servirle ben calde.

Aggiungiamo infine che per assaporare al meglio questo dolce realizzato in questo periodo si può inaffiarlo di vino dolce come il Moscato, il Fiori d’arancio, dei passiti come quello di Fregona o il Torcolato di Breganze.

Brustolini: semi di zucca, sale.

Quando si usavano le zucche per lessarle, arrostirle o per preparare le minestre, i semi non venivano gettati ma messi da parte per conservarli, quelli delle zucche migliori come semina per l’anno successivo, gli altri per mangiarli cotti al forno e salati. Liberate le “aneme” (semi) dalle “pantazze” (materiale filaccioso che avvolge i semi e si trova nella parte centrale della zucca) venivano sommariamente sciacquate e, sopra un foglio di carta, messe al sole ad essiccare, pronte per essere usate. Solitamente di sera venivano messe sulla “scostà” (ripiano del forno) della stufa a legna e lasciate un certo tempo a cuocere, quando hanno preso un bel colore dorato si mettono in una terrina e immediatamente salate.

Croccante casalingo: 500 gr. di arachidi, noci, 300 gr. di zucchero, 20 gr. di burro, mezzo bicchiere di acqua.

Sgusciate le arachidi e versatele in una padella che metterete in forno caldo per eliminare con molta facilità la pellicola rossa che le protegge, sfregando con le mani tolta, si dimezzano a metà quasi tutte. Mettere sul fuoco in un tegame di buono spessore, lo zucchero e il mezzo bicchiere di acqua fredda, mescolare lentamente fino allo scioglimento dello zucchero quindi versare le arachidi o le noci e continuando a rimestare fargli prendere un bel colore ambrato, aggiungere il burro e continuare a mescolare per alcuni minuti. A parte avevamo preparato una teglia larga tipo quelle da forno e l’abbiamo unta di olio a questo punto si versa il croccate che è ancora caldissimo livellandolo con un coltello largo e bagnato di succo di limone o di arancio, si lascia raffreddare e poi lo si taglia a piccoli quadrati che si mettono in un vassoio rivestito di foglie di alloro o di limone per essere serviti

La foto arriva dalla collezione della famiglia Cattelan.
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