Pages Navigation Menu

foto, lettere, diari, poesie, racconti, ricette

Cativi come ea peste

Cativi come ea peste

L’estate era l’occasione per vivere intensamente all’aria aperta, i giorni caldi e lunghi costituivano l’ingrediente favorevole per inventare giochi e sfide infinite, l’interruzione delle lezioni scolastiche per fare le vacanze, garantivano ai tanti bambini la grande opportunità di svagarsi in diversi giochi come quello di correre calciando un pallone fatto di stracci appallottolati e legati da uno spago, anche inseguire uno qualsiasi degli animali presenti nella corte di casa diventava un gioco, ma anche le infinite sfide a squadre inventate sul momento.

Nelle casone di una volta il numero di bambini è sempre stato piuttosto elevato motivato dal fatto che diverse famiglie convivevano assieme e quindi anche le nascite, alcune leggi del ventennio fascista favorivano la procreazione tanto che le famiglie con tanti figli venivano pure premiate. Bambini che sciamavano nel cortile a rincorrersi, bambine che dovevano fuggire impaurite dagli scherzi dei fratelli che ad ogni attimo le infastidivano anche nei loro giochi più tranquilli quando si mettevano sotto l’ombra del platano a vestire e rivestire delle bamboline con pezzi di stoffa fatte anch’esse di stoffa o realizzate con le foglie secche del granoturco o ancor meglio intagliate nel legno e dipinte con dei colori naturali, ma solo se in casa si trovava qualcuno bravo a farle.

A volte però saliva la noia di dover fare le solite gare, le sfide con i fratelli più grandi tanto che ormai si sapeva già chi era il vincitore, in queste situazioni allora si dovevano inventare dei giochi nuovi e a volte al limite del rischio per la propria incolumità e sono diversi gli episodi in cui ci si ricorda di questo o quell’avvenimento finito malamente. Uno di questi episodi, raccontato da un anziano, si riferisce a quella volta che siono scappati dalla corte di casa per raggiungere lo scolo,poco distante da casa, qualcuno si spogliò completamente dei vestiti per buttarsi nell’acqua a sguazzare, anche uno dei fratellini più piccolo solo che non fece gran conto della profondità dell’acqua, infatti appena entrò nell’acqua cominciò ad annaspare e sparire sotto l’acqua. Gli altri cominciarono a ridere perché credevano che facesse la scena per scherzare senza capire invece della difficoltà e del pericolo che stava correndo.

un bagno nel fosso, dietro c'è Toni la peste

un bagno nel fosso, dietro c’è Toni la peste

Dopo un certo tempo lo videro scomparire sott’acqua ma non diedero peso e continuarono a schiamazzare dentro allo scolo, ad un certo punto una delle sorelle poste a vedetta per avvisare dell’arrivo di qualche adulto cominciò a gridare perché si era resa conto che qualcosa non filava bene e così tutti gli altri spaventati risalirono in fretta per rivestirsi per evitare l’inevitabile ramanzina e con difficoltà cercarono anche il loro fratellino che si trovava adagiato sul fondo del canale e lo tirarono a riva che era ormai quasi esanime così uno di loro corse subito verso casa a chiamare la mamma la quale immediatamente si avviò al campo vicino per chiamare il marito e insieme si recarono presso lo scolo e trovarono il loro figlioletto più morto che vivo. Subito il padre praticò la respirazione artificiale mentre la madre non sapeva trattenere le grida che erano fortissime quel tanto che altri componeneti della famiglia si erano avvicinati al luogo della disgrazia. Qualcuno corse in paese per avvisare sia il medico che il prete quasi aspettandosi la fine tragica dell’episodio ma per fortuna dopo vari tentativi con la respirazione artificiale e quella bocca a bocca fatte dal padre il bambino cominciò a dare dei segni di ripresa tanto che il medico consigliò di prenderlo in braccio e di portarlo a casa dove poteva visitarlo con più attenzione. Poi lo adagiarono sopra ad un tavolo coperto da un lenzuolo e cominciarono a massagiarlo con dolcezza e così il bambino riaprì gli occhie e sorrise a malapena, intanto il medico cominciò una breve ispezione per stabilire se il piccolo aveva rischiato di morire per annegamento, lo rivestirono e lo adagiarono in un letto ben coperto, respirava con fatica ma non era compromessa la sua esistenza. La mamma intanto aveva radunato tutti i partecipanti dell’avventura che per poco non avrebbe potuto avere un triste epilogo e cominciò così: “si dee pesti, cativi e bruti come ea peste e guai se quache d’un parla parché si pestiferi”, “siete delle pesti, cattivi e brutti come la peste, e guai se vi giustificate perché siete come la peste”. Quel giorno nessuno fiatò ma neppure aveva ci capito alcunché risultava solo chiara una cosa che la peste doveva essere senz’altro una delle esperienze più terribili che ci poteva capitare, infatti di lì a poco arrivò il resto della ramanzina perché di seguito furono elencate le punizioni da patire e per fortuna che non erano di tipo corporale ma bensì dovevamo assolvere a dei compiti non proprio adeguati ai bambini ma piuttosto che subire delle sculacciate ubbidire a quanto detto in questo caso era più che consigliato.

anguria sull'orto

anguria sull’orto

L’altro episodio che si vuole ricordare volentieri è di tono più ironico del primo e si riferisce ad un pomeriggio d’estate e come era ormai consueto siamo evasi dalla corte per andare a scoprire altri posti lontani da casa. Così dopo aver assegnato la delega di capo spedizione siamo partiti attraversando i filari di viti e poi facendo un buco nella siepe ci siamo trovati nei terreni degli altri, ci siamo guardati bene intorno per non incrociarli e abbiamo iniziato l’avventura. Dopo un bel cammino siamo giunti in un campo dove vi avevano seminato delle angurie che ormai erano giunte a maturazione. Le abbiamo guardate a lungo abbastanza tentati dal prenderne una per mangiarsela ma qualche altro a rimbrottare che non era lecito perché se ci scoprivano sarebbero state botte per tutti come era capitato con l’uva in passato che non si poteva prendere la roba degli altri e così siamo ritornati a casa. Ma il giorno successivo un piccolo drappello di grandicelli sparì dalla corte perché aveva ripreso la strada del giorno precedente e dopo un paio d’ore erano di ritorno nascondendo sotto alla maglietta una vistosa palla rotonda infatti erano tornati al campo e avevano preso una anguria e subito la offrirono a tutti e trovato un luogo protetto con un coltello preso dalla cucina la suddivisero in vari pezzi che poi vennero distribuiti a tutti i presenti. Quella piccola festa ricca di lauti commenti ad un certo punto venne interrotta dalle grida di uno dei genitori, perché ci stava cercando con insistenza ed era molto alterato, quel tanto che capita la circostanza siamo scappati tutti spaventati: “dove sio picoe pesti, ladri, farabuti, bruti e po basta”, “dove siete nascosti piccoli pestiferi, ladri e delinquenti, brutti e mi fermo qui”. Dopo poco riuscì a trovare il luogo del banchetto e con una scopa in mano ci stava cercando nei luoghi più nascosti del cortile: “a vegnarì fora par magnare ea ora faremo i conti picoe pesti. Savì ben che ste robe no se fa e adeso dovarì rendare anca conto” parole così incomprensibili che ci spinsero solo a fare delle grandissime risate, tanto non ci avrebbero mai trovati nel nascondiglio ricavato nel posto più lontano dei campi e reso impenetrabile da una serie di siepi artificiali che avevamo costruito per proteggerci. Ma poco dopo il sole cominciò a tramontare e al giungere del buio qualcuno fu assalito dalla paura ed era questa l’arma segreta degli adulti, quella lunga fila di racconti che ci raccontavano alla sera sempre condita di eventi terrificanti che aveva lo scopo di impaurirci e di farci ricordare con insistenza che la temerarietà va bene, il coraggio anche, ma che su tutto doveva prevalere la prudenza.

Siamo rimasti lì fino a notte fonda ma poi accadde l’imprevisto e non era altro che uno stupido merlo che impaurito dalle nostre chiacchere formulate a bassa voce decise di cambiare posto facendo un certo strepito con le ali e fischiando anche, altri uccelli si svegliarono e cominciarono a canticchiare spaventandoci a morte così siamo scappati a casa e appena rientrati nella corte ci siamo dovuti arrendere. Tralascio di raccontare cosa è successo dopo, quello che importa in questo finale è la parola “peste” che risuonò per la corte in decine di sfumature e dopo le inevitabili sculacciate qualcuno decise di punirci e che si doveva patire assai, anche la merenda diventava un sacrificio perché di solo “pane e burro” e che ci sarebbero state private le altre bontà usate negli spuntini di mezza giornata e pure per un certo “tot” di giorni e così avvenne, ma uno di noi scoprì che aggiungendo una spolverata di zucchero semolato in quelle fette di pane, diventavano una vera delizia senza discutere che le punizioni sono spesso giuste e alla fine pure buone. Rimaneva il fatto che nessuno mai scoprì chi aveva fatto la spia su quanto successo.

Chissà perché per raccontare dell’argomento peste ho voluto scrivere questi due episodi, ma se volete leggete altre notizie scopritele negli altri articoli che sono stati scritti in questo posto ben sapendo che le epidemie di peste sono state piuttosto terribili per le popolazioni di un tempo e nel nostro immaginario dovevano sempre rappresentare il peggio che poteva succedere. Negli anni sessanta infine vennero proposti diversi film che avevano per protagonista “Pierino la peste”, un bambino che ne combinava di tutti i colori dimostrando ancora una volta di essere fuori dagli schemi, a volte lo si imitava o lo si condannava, in pari modo.

L’altra cosa che ricordo bene è l’effige di san Rocco attaccata alla porta della stalla chiamato in aiuto ogni qual volta una malattia colpiva le bestie e anche noi bambini ci appellavamo a lui quando a nostra insaputa certi episodi definiti “pestiferi” ci condannavano senza appello “o san Roco caro manda via sto staro che senò me bate e fa mal e culate”, “oh san Rocco amato, frena la mano con la verga che ci vuole picchiare sulle natiche, che poi fanno male”.

Di san Rocco non scrivo nulla perché esistono altri posti dove andare a sbirciare e farsi una idea approfondita sulla sua vita e sul motivo per cui per secoli le persone di campagna hanno attaccato la sua immagine alle porte delle stalle o lo hanno raffigurato in migliaia di capitelli posti nei crocicchi dei sentieri di campagna o in quelli di montagna, ma anche in molte chiese di tutta Italia si trovano degli altari a lui dedicati.

A Venezia il 16 di agosto giorno della riccorrenza di san Rocco, il Doge faceva la sua uscita per recarsi nella chiesa dedicata al santo, costruita vicino alla chiesa dei Frari, e dopo aver ascoltato la messa si recava nell’Albergo della Scuola Grande arricchita di molti quadri del Tintoretto, partecipava ad un lauto rinfresco, rimaneva per tutto il giorno e poi faceva ritorno a Palazzo Ducale. Il rifresco era ben altra cosa della punizione alla quale noi dovevamo sottostare ogni qual volta combinavamo qualcosa di “pestifero”.

Pane a fette con burro: fette di pane dove ci spalmiamo un poco burro freschissimo e poi spolverate di zucchero semolato, una delizia ancora oggi, altro che le merendine così belline e così invitanti e così artificiali che si comprano nei supermercati o nei grandi magazzini.

Le foto appartengono alle collezioni Borella, Borille e Paolo Nequinio.
468 ad

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *