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Equinozio d’autunno

Equinozio d’autunno

Da sempre il 21 di settembre è indicato nel calendario con l’inizio dell’autunno, gli astronomi poi spostano questa fase stagionale al giorno dopo o due giorni dopo ma poco importa per tutti noi persone comuni, perché quello che ci interessa è che finisce l’estate e cioè accantoniamo quel tempo assolato e pieno di calore, di luce e di libertà, di vita all’aria aperta, tra gite, vacanze, le tipiche ferie o l’astensione dal lavoro, di un paio di settimane, giusto il tempo di riposarsi un poco dopo un anno quasi intero di attività.

Si ricorda anche la festa di san Matteo apostolo, uno che nella tradizione viene decritto tra i quattro scrittori della vita di Gesù, lui un pubblicano scelto dal Messia e aggregato agli altri undici, persona dedita alla riscossione delle tasse per conto del governo romano, per gli ebrei un’impuro e un ladro.

Era pure il periodo stabilito dalla nobiltà veneziana per rientrare nei palazzi veneziani dopo quello trascorso nelle ville di campagna ed iniziato dopo la festa della Ascensione, “la Sensa”.

È anche il giorno dell’equinozio di autunno cioè che la luce del giorno dura lo stesso tempo del buio della notte e per questo si dice che “da san Matio (Matteo) le zornade va indrìo”, si accorciano le ore di luce e si avvicina il buio che ci porterà verso il solstizio d’inverno quando si verificherà l’inversione fino alla primavera. Questo è quanto succede nel nostro Emisfero Boreale e presumo che anche altrove si equivalga.

anche i bambini aiutano nei lavori in corte a scartocciare le pannocchie di mais

Era una tappa importante per le popolazioni che lavoravano la terra perché in un certo senso chiudeva un ciclo, quello primaverile ed estivo, ricco di raccolti e di frutti copiosi se le condizioni climatiche erano state favorevoli. Altrimenti si profilava la carestia mai esclusa per queste persone, se le piogge estive combinate da forti temporali avevano distrutto i raccolti o il gran secco non li aveva fatti germogliare e fruttificare. Ma in questo racconto si scrive che tutto è andato secondo le previsioni con i raccolti da trasformare in benefici per tutti, sia per i proprietari già accasati nei palazzi veneziani, sia per coloro che erano rimasti ad accudire le campagne. Quindi le granaglie si trasportavano con dei “burci”, barche dal fondo piatto adatte alla navigazione sui fiumio venivano caricate sui carri dentro ai sacchi e trainati da cavalli o muli, verso i mulini disposti a ridosso dei corsi d’acqua o addirittura verso il mercato delle merci di Venezia, quindi dovevano essere macinate per ottenere le farine da utilizzare nei mesi successivi.

L’uva pigiata fermentava nelle botti della “caneva” nelle tante case di campagna, a metà autunno quando aveva raggiunto la giusta maturazione il vino veniva trasferito alle cantine dove si affinava e poi spillato per essere servito durante i banchetti allestiti in tutte le case, sia in quelle dei nobili che dei contadini.

La frutta raccolta veniva trasformata in buone marmellate e vendute in tutti i mercati del territorio e da qui passava poi sulle dispense delle case, come pure i formaggi realizzati durante l’estate nelle malghe di montagna. I formaggi si potevano preparare durante tutto l’anno, altro è però il formaggio d’alpeggio quando le mucche da latte, libere di pascolare sui prati mangiavano l’erba fresca con quello fatto dalle mucche chiuse nelle stalle e costrette a mangiare il fieno e cioè l’erba secca, sapori che si distinguono con facilità perché il formaggio d’alpeggio ha profumi e gusti inconfondibili.

Il caseificio “Pratiarcati” nel padovano, del nonno Giuseppe

Ma con l’inizio dell’autunno si dovevano lasciare gli alpeggi perché a breve si sarebbero coperti prima di brina e poi di neve, allora da san Matteo iniziava il trasferimento (transumanza) delle mandrie dalla montagna alla pianura su sentieri e vie tracciate per decenni (oggi si conoscono come le Alte Vie), uomini e animali, di rifugio in rifugio, giungevano a valle accolti dai valligiani festanti che li aspettavano con banchetti imbanditi nella piazza principale del paese, così nel feltrino vicino a Belluno o nel vicentino vicino a Marostica, senza scordare il loro arrivo alla corte di Correzzola nel padovano e provenienti in questo caso dai colli Euganei e Berici.

Il mondo contadino, lo stiamo scrivendo da molti articoli, rispettava sempre le leggi astro fisiche, una specie di regolamento al quale raramente ci si discostava per convenienza e neppure per spettacolo come succede ai giorni nostri, di sicuro e lo testimoniano le molte fotografie ritrovate, ogni evento agrario (la mietitura, la trebbiatura, la vendemmia) si chiudeva con una festa in corte o nella piazza del paese, dove tutti si ritrovavano per mangiare, bere, ballare, incontrarsi, discutere e programmare le nuove stagioni delle semine da iniziare non troppo tempo più tardi.

Al mulino aumentava il lavoro, in questo periodo, come ho accennato poco prima, perché carri e barconi carichi di granaglie arrivavano da ogni parte dei dintorni e tali dovevano essere trasformate in farine da riconsegnare ai proprietari; i turni di lavoro si intensificavano ma il tempo dell’attesa era sempre lungo e così uomini, cavalli e muli dovevano sostare per molti giorni, chi nell’osteria o nella vicina locanda e gli animali negli stalli. Ci si ubriacava spesso e così il mugnaio a volte approfittava sul conteggio finale dando meno prodotto finito, ci si distraeva anche, con delle ragazze dei dintorni giunte al mulino per dare una mano al mugnaio, o per avvicinare qualche bel ragazzo da portare poi all’altare. La frenesia era tanta e a volte volavano parole forti e questi momenti di scontro creavano non pochi problemi a tutti compresi i preti dei paesi vicini, perché se le chiese erano prive della presenza maschile, il parroco sapeva dove si trovavano gli uomini, era a conoscenza che al mulino si consumavano molte situazioni incresciose per le famiglie perché oltre ad attendere la macina si beveva tanto, si fornicava pure e si giocava d’azzardo. Le mogli a casa aspettavano per giorni i loro uomini, di certo qualcuno a suo piacere allungava il tempo della ripartenza per sperperare delle fortune al gioco delle carte o ai dadi, indebitandosi a tal punto che poi solo il parroco del paese aveva la giusta diplomazia per estinguerli senza mettere sul lastrico le famiglie di questi poveretti senza alcun giudizio, incapaci di resistere alle tentazioni.

Queste tristi disavventure spesso si risolvevano ma altre volte il padrone truffato del macinato e svenduto per un tiro di dadi era costretto a licenziare la famiglia dalla sua proprietà invitandola a traslocare presso un altro titolare, reo purtroppo di essere un lavoratore infedele. E questa allora è tutta un’altra storia.

P.S. qui si vuole far conoscere due mulini incontrati frequentando le vie ciclabili arginali della bassa padovana: il mulino Quaggia www.fuorisito.it a Vighizzolo d’Este (PD) e il mulino Rossetto www.molinorossetto.com di Pontelongo (PD).

 

Le fotografia sono delle collezioni di Paolo ed Emilio Nequinio e di Claudia M. di Correzzola.
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