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La Fiera Franca di san Martino

La Fiera Franca di san Martino

La cittadina padovana di Piove di sacco ha come santo patrono san Martino e lo festeggia l’11 di novembre e nei giorni che lo coronano, organizza delle cerimonie religiose solenni che si svolgono nel duomo, mentre nella piazza e nelle strade antistanti viene allestita una grande fiera. Un tempo questa fiera veniva chiamata “Fiera Franca”, perché gli espositori che arrivavano di buon mattino potevano disporre le loro mercanzie senza pagare nessun dazio (compenso) sia al comune che agli organizzatori. Questo permetteva a chiunque di portare le poche cose che aveva creato, realizzato, elaborato, coltivato, allevato e poi le metteva in mostra per poterle vendere ai visitatori della manifestazione. 

In un’altro articolo ho narrato la vicenda di Antonia che con la mamma si erano recate alla fiera per acquistare dei pulcini da allevare per farli ingrassare e preparare per le occasioni importanti, quando la famiglia era tutta riunita. Recarsi alla fiera di san Martino era sempre un evento e tutto quello che si comprava in questa occasione aveva un valore importante e perciò veniva sempre usato con la dovuta solennità.

La Fiera franca è sempre una grande occasione per proporre i propri prodotti utili a tutti, si portavano degli animali che venivano venduti non prima di averne contrattato il suo valore, compito questo dei mediatori che facevano incontrare il venditore con l’interessato all’acquisto e se l’affare andava a buon fine riceveva un compenso pattuito prima delle contrattazioni. Se ne potevano incontrare diversi di questi mediatori che a volte erano anche molto furbi, altri invece, per l’amicizia che avevano instaurato, si accontentavano del compenso di un buon bicchiere di vino bevuto all’osteria della piazza.

Gli espositori arrivavano da tutti i paesi del circondario e trainando dei carretti si portavano appresso le merci da mettere in mostra nei loro banchetti, alcuni potevano disporre di qualche auto di quelle a furgoncino ed erano i più benestanti perché tempo fa possederne una era veramente un segno di benessere. Chi arrivava per primo poteva mettersi nei luoghi del paese più visitati dalle persone mentre i ritardatari dovevano occupare le aree meno vistose se non addirittura quelle più infelici. C’erano degli ambulanti che arrivavano dalle montagne del Vicentino o del Trentino con il loro carico di forme di formaggio

realizzato in estate nelle malghe e giungevano a Piove di sacco alcuni giorni prima, poi pernottavano nelle locande del paese in modo da essere tra quelli che potevano disporre i loro prodotti ben in vista in modo da ritornare a casa senza il carico dei prodotti. Altri artigiani del lontano Tirolo, o del Friuli montano, che arrivavano in pianura portando con sé dei sacchi pieni di oggetti realizzati col legno, utili alla casa come mestoli per la polenta o cucchiai di legno, ciotole a volte dipinte, taglieri di legno, qualche mastella da usare in casa e non potendo pernottare nelle locande, allora si accontentavano di alloggiare presso delle famiglie di conoscenti che a volte li ospitavano nelle loro stalle, per meglio dire nei loro fienili anche perché nel frattempo la famiglia che gli ospitava si era ingrandita di nuovi figli arrivati durante l’anno tracorso. Segni tangibili questi di ospitalità e di accomodamento di gente abituata a convivere con le ricorrenti difficoltà e riusciva comunque a trovare la giusta sistemazione e si adattavano alle circostanza con l’auspicio di portare a casa qualche soldo, perché poi dovevano tornare nei lontani paesi nelle dolomiti che già stavano imbiancandosi di neve e perciò anche quel poco di guadagnato poteva servire ad aiutare la famiglia anch’essa numerosa e costretta a far fronte alle avversità climatiche tipiche dell’inverno di montagna.

La Fiera franca serviva anche per far vedere le ultime novità, se caso mai qualcuno era riuscito a produrle, la portava all’esposizione per ricavarne dei buoni affari: poteva essere un nuovo aratro, una nuova macchina per seminare il grano, un nuovo mezzo a motore adatto a sostituire la forza animale. Diversi decenni fa hanno fatto molto scalpore dei piccoli carretti con le ruote di gomma e mossi da un motore a scoppio, le “carioche”, il loro nome evoca la loro origine, infatti furono riprodotte sui ricordi di coloro che erano rimpatriati dal Brasile. Altra grande scoperta è stata la segatrice automatica per l’erba medica realizzata da una azienda meccanica che avara di nomi non fece altro che chiamarla con la sigla della fabbrica: la BCS. Una motosega che in brevissimo tempo poteva fare il lavoro di decine di “segantini”, così si chiamavano certi ragazzotti di bella presenza e ben strutturati fisicamente che lavoravano “a ore” nelle campagne, prendendo un magro compenso, utilizzati per segare con la falce l’erba medica. Erano esperti e bravi e si organizzavano mettendosi in fila e a ritmo riuscivano a segare delle intere campagne pur lavorando un solo giorno e poi sempre coordinati riuscivano a rigirare il fieno in modo da poterlo portare nel fienile in breve tempo; generalmente erano tutti fratelli di una stessa famiglia e venivano richiesti per questi lavori.

Così pure le altre novità presentate alla fiera che potevano ridurre la fatica del lavoro sui campi soprattutto dei giovani, creando benefici ma anche la fuga di manodopera dalle campagne che poi è andata ad occupare i posti che piano piano si proponevano nelle fabbriche manifatturiere dei paesi vicini. Un’altra grande novità è stata il trattore poi usato in tantissimi lavori ed anche la mietitrebbia che piano piano ha fatto sparire il rito della trebbiatura nelle corti, col suo lavoro sostituì l’impiego di tantissime persone utilizzate per trebbiare, un lavoro che durava delle settimane faticoso anche perché senza soste ma così facendo sparì dalla vita rurale uno dei momenti più belli e festosi dell’anno.

Ma alla Fiera non arrivavano solo le novità legate al mondo agreste perché qualcuno portava delle nuove stoffe prodotte dalle filande del comasco o addirittura da paesi esteri e venivano offerte alle ragazzine che nel periodo primaverile avevano partecipato a uno di quei tanti corsi di cucito organizzati nelle parrocchie per insegnare a loro l’arte di realizzare dei vestiti, gonne, cappotti che poi potevano essere distibuiti a tutti i componenti della famiglia. Naturalmente la Fiera diventava la prima vetrina per mostrare i nuovi capi di abbigliamento prodotti facendo bella mostra sulle altre ragazzine ma le novità non rimanevano tali a lungo perché circolavano i modelli realizzati nei corsi e con il passa parola ora ondeggiavano per le vie di Piove di sacco diventavano patrimonio comune e creando così quelle uniformità che alcuni decenni più tardi sono diventate una consuetudine (sappiamo tutti cosa è successo con i blue ieans).

Ma che Fiera sarebbe stata senza i banchetti di dolciumi o di primizie prodotte negli orti di Chioggia, della bassa padovana o del trevigiano, o senza i venditori di castagne dei Colli Euganei, del Montello o del Cansiglio, arrostite lungo la strada e offerte ai passanti dentro a dei cartocci di carta paglia arrotolati a cono, che scaldavano le mani gelate e le coloravano di fuligine nera ogni volta che si sbucciava per poterle mangiare. E che Fiera sarebbe stata senza i banchetti di vino Novello, che profumava di mosto e aveva un colore un poco torbido quel tanto che appena sgolato si vedeva il residuo sul fondo del bicchiere ma che abbinato alle castagne riempiva la bocca di sapori di dolciastro, salato e asprigno.

La Fiera franca era anche divertimento perché nel grande piazzale delle stazione delle corriere erano postate le giostre e sin dal mattino venivano occupate dai bambini incuriositi e divertiti e accompagnati dalle madri premurose e timorose e li facevano salire su quella dei cavallini che giravano o nelle catenelle trainate da un cavallino addestrato a questo compito, fino all’arrivo della corrente elettrica. Ma non mancavano neppure i giocolieri, il teatrino delle marionette e i pagliacci di strada che con le loro storie e le esibizioni divertenti facevano sorridere i bambini e gli adulti insieme, in cambio di una monetina.

artista di strada

artista di strada

E pur essendo dei tempi difficili perché la miseria regnava nelle famiglie che vivevano nelle nostre campagne arrivava la Fiera a far dimenticare la propria condizione e così si usciva di casa per incontrare altre persone che non si vedevano da lungo tempo e si potevano scambiare le novità o dei consigli o una lunga fila di altre notizie che non erano di certo descritte sui giornali ma arricchivano le conoscenze con argomenti da condividere con quei familiari che erano rimasti a casa.

Ci rimane il ricordo di quelle Fiere fatte di “ciasso”, “chiasso” di artigiani che volevano vendere i loro prodotti fatti da mani d’uomo, il simpatico schiamazzo degli animali che chiusi nei loro recinti potevano anch’essi richiamare l’attenzione, non mancava mai infatti il raglio del mulo infastidito dai troppi occhi che aveva puntati addosso. Ma anchi i panini con la sopressa, le bruschette di baccalà mateccato, i “nervetti” lessati e serviti su dei piccoli piattini e pieni di olio e prezzemolo tritato, le polpettine fatte di carne anch’esse servite al volo, giusto per berci un buon bicchiere di Merlot o di Raboso, non mancavano le uova sode e neppure i folpetti lessi, ma neppure le sardine fritte o sott’olio e così salate, apposta, che ti facevano bere più di un bicchiere di vino bianco Tocai o Garganega dei colli vicentini. E io guardavo ammaliato mio padre che con disinvoltura si gustava questi “spunceti” (piccole razioni di cibo che si prendevano su con lo stuzzichino, da qui la parola “spunciare, punzecchiare”) adesso si chiamano “cibo da passeggio o finger food”. Mentre lo fissavo mi auguravo con tutto il cuore di fare tappa al banchetto dei cannoli alla crema, che mi piacevano tanto, se tardavamo poteva succedere di non trovarne più perché esauriti, così mi trovavo costretto a scegliere tra un bignè o una francesina, buone pure loro ma con l’aranciata i cannoli sono impagabili, ovviamente speravo di non ripiegare sul kraften che con l’aranciata non mi piaceva per niente, se invece lo abbinavo con una cioccolata calda allora tutto diventava più sublime. E come si può immaginare scegliere diventava difficile perché ci si avvicinava al banchetto della pasticceria nell’orario che coincideva con quello del pranzo o della cena e rompere il digiuno poteva essere motivo di posticipati richiami da parte della mamma perché tornati a casa e con l’appetito scarso quel tanto che si lasciava sul piatto la solita minestrina: “teo go dito sento volte de portare a casa le pastine, de no magnarle aea fiera che dopo nol magna più ea menestra” “te l’ho ripetuto cento volte che se mangiate fuori orario poi mi lasciate sul piatto quello che ho preparato” questo era quanto diceva mia mamma a mio papà che nel frattempo scambiava delle furbe occhiate verso di me. Per i rimasti a casa si compravano i cartocci di mandorle tostate e zuccherate, la liquirizia da succhiare o i cordoncini di melassa colorata, le patate dolci “americane” di Anguillara, qualche carruba, raramente una boccetta di rosolio quello che aveva dei colori sgargianti e sapeva di zucchero ma rimaneva il dubbio sugli altri ingredienti. Se in tasca era rimasto qualche soldo allora si poteva aggiungere un piccolo ricordo per i più piccoli oppure il pallone di gomma che giorni prima avevamo bucato calciandolo sugli aculei dei rami del giuggiolo. Infine si andava a dormire felici e si pensava intensamente al racconto di Pinocchio quando viene descritto il paese dei balocchi, a volte ci si svegliava di soprassalto, un poco spaventati, dei tuoni che sentivamo dal campo della Fiera perché si stavano sparando in cielo i fuochi d’artificio, come ultimo momento di gioia ma di inevitabile fine di tutti i festeggiamenti.

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