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La neve

La neve

Se ci capita di ascoltare dei vecchi racconti e si discute di tempo (meteorologico), allora ci si trova daccordo nel dire che una volta era tutto molto diverso, perché l’inverno era inverno e così pure le altre stagioni.

D’inverno la neve cadeva e in abbondanza ed era sempre molto gradita perché si intonava il proverbio “sotto la neve pane e sotto la pioggia fame”, poi faceva molto freddo e il ghiaccio si formava nell’acqua dei fossati e ci rimaneva per giorni se non per settimane, per i ragazzini diventava una palestra di giochi quando si saliva sopra per scivolare con le scarpe (a volte erano le “sgalmare”) e con la piccola slitta “lissegarola”, si inventavano gare di velocità ad esclusione perché chi vinceva sull’avversario poi doveva vedersela con gli altri nelle gare successive. Il piccolo slittino “lissegarola” era fatto da due o tre tavolette di legno inchiodate tra di loro in modo da formare una base, sulla parte di sotto si fermavano due listelle di ferro che facevano da slitte per scivolare sul ghiaccio, poi sopra alle tavolette si mettevano degli stracci a formare un cuscino per non indolenzire le ginocchia e ci mettevamo inginocchiati, nelle mani due bastoncini che avevano conficcati dei chiodi appuntiti “i spuntoni” che si usavano per darci la spinta e svivolare il più veloce possibile. Si selezionava il tracciato in modo da utilizzare quella parte di fosso dove il ghiaccio era abbastanza spesso, si scartava sempre la parte dove l’acqua era più profonda e dove il ghiaccio era più sottile, in quella zona infatti ci si doveva fermare altrimenti se si rompeva c’era il rischio di finire dentro l’acqua e bruscarsi una bel malanno. La “lissigarola” era un giocattolo che i fratelli più grandi potevano realizzare, non si chiedeva l’aiuto del papà che non voleva la usassimo per non vederci ammalati con la febbre alta, i giorni successivi. Poi succedeva che con tutte le gare che si facevano e camminandoci sopra con insistenza, il ghiaccio cominciava a cedere fino a rompersi comunque, anche a causa del nostro peso che doveva sopportare e si finiva quasi sempre dentro all’acqua del fosso e così via di corsa a casa ad asciugarsi davanti al fuoco del focolare o della stufa a legna, proprio per evitare le conseguenze di una malattia con la relativa punizione; qualcuno di casa per ironia ci diceva “gheto ciapà el lievore”, “hai preso la lepre”, per prenderci in giro ben sapendo che la lepre corre più veloce di noi e prenderla è impossibile, ma era un modo di dire.

Quando arrivava il freddo e la neve cadeva dal cielo non erano solo gare sul ghiaccio, ma erano anche battaglie a “barocoli”, “palle di neve”, o se invece si voleva tentare una

la maestra Giulia ride sulla neve vicino al pupazzo appena realizzato dai suoi alunni

la maestra Giulia ride sulla neve vicino al pupazzo appena realizzato dai suoi alunni nel cortile della scuola di Ca’ Molin – Bovolenta – vicino a Padova – febbraio 1963

competizione più facile allora la gara era quella di riuscire a realizzare il pupazzo di neve più bello, questo succedeva quando si cercava di coinvolgere al gioco anche le femminucce che come sempre non amavano le battaglie o le competizioni. Allora ci si divideva in due squadre e poi via ad arrotolare dei grossi pallottoli di neve fresca che poi si radunavano sull’angolo della corte dove avevamo deciso di allestire i nostri pupazzi, poi con l’aiuto di tutti si mettevano uno sopra l’altro queste grosse palle di neve in modo da creare una figura che veniva modellata con le mani. I guanti non c’erano o erano di lana e perciò facevano presto a bagnarsi e quindi non riparavano per bene la pelle e allora a mani nude si conficcavano le dita dentro alla neve per formare il pupazzo e spesso ci si doveva fermare per riscaldarle col fiato della bocca. Poi si cercavano dei pezzi di legno per fare le braccia e dei torsoli di pannocchia, presi dentro alla cesta della legna della stufa, con quelli si faceva il naso, con dei sassi colorati o con qualche pezzo di terra scura lo si completava mettendo i bottoni del panciotto, gli occhi, la bocca. La squadra che arrivava per prima a finirlo vinceva, come pure quella che lo faceva più grande o quella che lo presentava più bello dell’altro.

Intanto si era fatto buio e si rincasava per scaldarci un poco vicino al fuoco, qualcuno dei grandi ci sgridava perché eravamo rimasti fuori casa tutto il pomeriggio o invece qualcun’altro ci preparava una buona tazza di tè molto caldo col limone, ci faceva scivolare tra le mani alcuni biscotti “secchi” “gallette“, che poi con calma per non scottarci la lingua inzuppavamo dentro alla bevanda bollente. Sapevamo di aver lasciato fuori sulla corte la nostra opera d’arte a malicuore, ma nel frattempo ci venivano in mente le lezioni per casa da sbrigare, le operazioni di matematica e per l’italiano dei pensierini ma non ci si doveva sforzare più di tanto per inventare qualcosa perché il pomeriggio ci aveva offerto molti cose da scrivere.

Il fuoco della stufa era un grande sollievo perché riscaldava i piedi gelati, lo scoppiettio della legna che accompagnava lo scivolare della matita mentre si scriveva sul quaderno a righe e ci faceva rivivere le svivolate fatte poco prima sulla la neve, ogni tanto la testa ciondolava dalla stanchezza e non si vedeva l’ora di cenare e poi andare a letto.

una foto recente della monega sopra ad un letto di una vecchia casa di campagna

una foto recente della monega sopra ad un letto di una vecchia casa di campagna

Infatti di lì a poco si vedeva la mamma che preparava lo scaldino da mettere sotto alle coperte “la fogara con la monega”, una tazzotta di ferro e terracotta col manico, dove si mettevano le braci prese dalla stufa e si coprivano di cenere, questa “la fogara”, la “monega” invece era un telaio che a guardarla sembravano due fondi di barca uniti tra di loro alle estremità. Era fatta di quattro liste di legno flessibile, lunghe e unite sulle punte, sollevate da piccoli traversi di legno nella parte centrale che creavano un cubo dai lati aperti, così si creava il ricovero, questo per favorire l’attenta sistemazione della “fogara” al suo interno. La sua strana forma di grande fuso aveva nel centro il fondo di latta dove si assicurava la “fogara”, teneva alte le lenzuola e le coperte, creava un vistoso volume di stoffe e non le bruciava, almeno così doveva andare, qualche volta per degli imprevisti poteva capitare di rovesciare le braci sulle lenzuola e allora era tutto un affanno per recuperarle e spegnerle al più presto proprio per evitare di bruciarle, compreso il materasso. Se le cose andavano per il meglio e questo lo era sempre, tutto il calore si spandeva per il letto e se la mamma lasciava lo scaldino fino allo spegnersi delle braci allora il caldo era proprio assicurato.

Poco dopo la cena o subito dopo aver tirata fuori la “monega e la fogara” si scivolava sotto alle coperte, si sentiva tutto il loro tepore e si sognava il pupazzo di neve messo lì a far la guardia nell’angolo della corte “in tel canton dea corte”. E quando lo avevamo fatto forse non lo immaginavamo un guerriero ma di sicuro era un guardiano che custodiva tutti i nostri discorsi che avevamo appena detti. Tra noi bambini quello che importava era l’amicizia e nient’altro, di quegli anni adesso rimangono i ricordi perché tanti di noi sono andati a vivere lontano dal paese, altri addirittura in paesi stranieri e non ci siamo più rivisti e queste righe vorrebbero riavvicinare.

Le foto appartengono, in ordine: la prima dalla collezione di Cecilia Giraldo, lei con due amiche sull’argine coperto di neve, la seconda è della collezione della mia amica Giulia Miazzo, la terza viene dalla collezione di Paolo Nequinio.
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