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Le vacanze di Natale

Posted by on Dic 30, 2014 in Diario, La casa, la cucina, vacanze | 0 comments

Chissà che delusione quando avete provato a guardare questo blog e non avete trovato un articolo che raccontava del Natale. In effetti ora mi devo far perdonare ma se non sono riuscito a scrivere nulla è anche a motivo del grande disinteresse che ho riscontrato d’intorno e a ragione perché purtroppo abbiamo completamente dimenticato il vero significato di questa festa.

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I capati

Posted by on Mar 19, 2014 in Diario, storie paesane | 0 comments

I capati sono gli aderenti delle Confraternite che sono nate via via nei secoli, si chiamano così per la loro divisa composta da una tunica, di solito bianca, da una mantella colorata (la “capa”) e per qualcuno rossa, dalla cintola e dal medaglione che distingueva un gruppo da un’altro. 

Le Confraternite sono dei gruppi di persone che uniti tra di loro da qualche ideale mettevano molte cose in comune come idee, beni materiali, proposte, propositi ordinati alla fine da uno statuto che a Venezia si chiamava “mariegola” (madre-regola), si può dire che sono esistite sin da quando gli uomini hanno cominciato a trovarsi a vivere insieme.

Sui libri di storia si rimane colpiti da molte vicende vissute da alcuni uomini di fama, maestri molto conosciuti, greci e poi romani che riunivano attorno a sé un bel numero di discepoli attenti e interessati alle novità che proclamavano e poi li seguivano ovunque andassero e ricordiamo anche la persona di Gesù che riusciva ad affascinare, col suo insegnamento, molti discepoli e un drappello di dodici, quasi a simboleggiare le dodici tribù di Israele, scelti da lui stesso, si spostavano di villaggio in villaggio portando le nuove proposte di vita e se all’inizio erano pochi, dopo la morte del maestro, pur spaventati, per emularlo divennero un popolo che dilagò per tutto l’impero romano cioè fino ai confini più lontani dell’Europa e dell’Asia.

I discepoli di Gesù partirono con coraggio per annunciare le novità che aveva trasmesso e scritte nei testamenti dove sono ben riportati alcuni fatti di rilievo e condivisi da tutti, la fratellanza, l’amore reciproco, la comunione, il perdono, la riscoperta di una realtà trascendentale, senza tralasciare le sofferenze, la penitenza, la preghiera, il digiuno, il sacrificio, fino alla morte atroce, estrema conseguenza sicuri che come il Cristo poi si veniva premiati dalla risurrezione. Il fascino di questo cambiamento sociale cominciò a fare breccia all’interno della perfetta organizzazione civile romana trasformandola, se inizialmente non fu accettata anzi venne condannata con feroci persecuzioni, uccidendo e torturando questi innovatori, col tempo divenne una realtà riconosciuta e addirittura affare di Stato prima di essere annientata dalle invasioni dei popoli dell’est Europa.

La paura, le torture, lo sconcerto fecero breccia negli animi di questi portatori di novità, cominciarono le discussioni tra quelli più rigidi ai detti originali con quelli che preferivano il compromesso, iniziarono così le prime fratture profonde e insanabili tanto da indire dei Concili, incontri fatti per discutere sul da farsi e per evitare le spaccature, ma senza esito e alcuni tra loro scelsero dei cammini separati. Nella storia della Chiesa di Roma diversi sono stati i Concili e qui stiamo a ricordare che tra i vari sostenitori delle alterne tesi crearono e si rafforzarono le Confraternite che avevano il compito di aderire alle nuove disposizioni e renderle praticabili da tutti gli aderenti. Se per secoli questa esclusiva era solo dei diaconi, più tardi, molte persone in buona parte laici, si legarono a certi testimoni dalla vita esemplare, Maria la madre di Gesù, Maria di Magdala, Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi, Antonio da Padova, Chiara d’Assisi, Caterina da Siena, Filippo Neri, Rocco di Montpellier, ecc. senza tralasciare coloro che ne seguirono le finalità su proposte fondamentali per una conversione dell’animo, venerando la Trinità, il S.S. Sacramento (l’ostia di pane benedetto), il Rosario mariano e qualsiasi altro motivo sia religioso che del tutto formativo come la pratica di un mestiere o emergenza sociale.

Le Confraternite che si sono formate nei secoli sono state centinaia ma per poter operare dovevano dotarsi di uno statuto molto spesso approvato dalle autorità competenti, quasi sempre dai vescovi dove si evidenziavano la specificità, i suoi precisi compiti e la finalità. C’era chi si occupava dei poveri, degli orfani, degli appestati, delle vedove che dovevano essere sostenute, si occupavano di bambine da istruire e da avviare ad una vita dignitosa, ma anche di bambini di strada spesso abbandonati e ignoranti, di ragazze madri o anche chi si occupava dei nobili decaduti in disgrazia per motivi economici, c’era anche questa Confraternita nella vita civile di Venezia.

Con le conquiste italiane di Napoleone Bonaparte arrivò anche un nuovo ordinamento civico che decise di sopprimerle tutte confiscandone i beni, nel giro di pochi anni, solo poche resistettero all’urto rivoluzionario, come la Confraternita del S.S. Sacramento, presente ancora oggi in alcuni paesi di campagna, dove i confratelli presiedono e assistono alle funzioni religiose in special modo a quelle della Quaresima e poi della Settimana Santa.

Dovevano aiutare il parroco e il sacrestano detto “sagrista”, nel veneziano si chiamava “nonzolo”, nelle funzioni religiose e dovevano essere presenti in gran numero alla Settimana Santa, con compiti assai importanti, presiedere all’adorazione delle “40 ore”, un momento di penitenza e preghiera in chiesa per far memoria di quanto vissuto da Gesù nell’orto degli ulivi, si doveva essere d’esempio e coinvolgere tutti gli altri fedeli della parrocchia, solenizzare la morte di Gesù, la sua sepoltura ed infine la sua risurrezione, i confratelli tiravano fuori dalla sagrestia tutti i paramenti di queste importanti cerimonie, il baldacchino di tela broccata e tutta dorata da usare per la processione alla fine delle “40 ore” di adorazione, poi usato per quella del “Venerdì Santo”, passando per le vie del paese, tra due file di ceri accesi sul ciglio della strada quasi a segnare la via, c’erano da tirar fuori i ceri grandi, la croce a stelo, l’incenso, le tuniche e la mantellina, il cordone e il medaglione con l’immagine sacra e la “capa” di color rosso scarlatto che diede il nome “capati” alla Confraternita del S.S. Sacramento. Inoltre con il sagrista, dovevano passare di casa in casa per raccogliere la “questua”, riempivano dei sacchetti di frumento e di granoturco, raccogliere delle uova, qualche buon salame e in certi casi dei fagotti di fieno per alimentare il cavallo del prete che di lì a pochi giorni sarebbe ripassato per la consueta benedizione delle case. La “questua” era una semplice condivisione di beni donati per aiutare chi si occupava della formazione cristiana, un aiuto concreto per il prete, il sagrestano oppure per tutte le famiglie che vivevano in miseria cronica, nel passaggio di casa in casa ci si rendeva più conto della vera anagrafe dei poveri del paese e si aiutavano secondo le possibilità e la disponibilità degli altri. Parlando con gli anziani molti ricordano che il lavoro si fermava nella Settimana Santa, sia quello dei campi, della casa, dei laboratori artigianali, a parte la stalla perché le bestie si dovevano accudire, dovevano mangiare ed essere munte, così come il pollaio visto che poi si sceglievano i capi da preparare per la “festa granda” della Pasqua. Chi aveva una bella voce formava il coro e poi con le prove si perfezionava e doveva cantare alle messe di quei giorni, sempre in Gregoriano e in latino, intonato sulle note dell’organo, unico strumento musicale ammesso a suonare dentro alle chiese, prove e ancora prove per evitare di incappare in qualche imperfezione.

l Triduo Pasquale per i Confratelli era il più importante da vivere perché dopo le lunghe funzioni religiose ci si doveva occupare anche della processione del Venerdì che partiva dalla chiesa semibuia e si dipanava per le vie del paese illuminate dai lumini accesi posti sul ciglio della strada. All’inizio del corteo un confratello teneva la croce a stelo con a fianco due chierici “zaghi”, con in mano le candele accese, dietro di loro la schiera degli uomini che si muovevano a passo lento sulla ghiaia della stradina del paese schiacciata dagli zoccoli di legno, nel mezzo altri quattro confratelli con i ceri e posti ai lati del baldacchino sostenuto da altri quattro dove c’era il parroco con la reliquia in mano assieme ad altri due confratelli, uno a destra con il turibolo e l’altro a sinistra con la navicella di incenso, dietro al baldacchino le giovinette aspiranti o della prima comunione e poi le donne con i bambini piccoli, si camminava lentamente cantando litanie e preghiere in latino, ogni tanto una lettura a voce alta ripetuta a memoria o leggendo un libretto ormai sgualcito in mano al lettore. Si passava per la piazza del paese sfiorando la porta dell’osteria quasi sempre al buio per non far identificare gli “sconsacrati” presenti pur nei giorni più solenne prima di Pasqua, erano comunque molti coloro che partecipavano alle funzioni della Settimana Santa, nei villaggi rurali in special modo ed anche in città fino a pochi decenni fa quando la vita e il traffico delle auto non impediva il passaggio della processione, ai giorni nostri forse non esistono più pure le Confraternite o ci sono solo al Santo di Padova e nelle chiese più storiche.

a processione si muoveva lentamente al buio della notte solo che quando incontrava un imprevisto che la bloccava per qualche minuto creando anche dell’imbarazzo, allora interveniva il parroco e interrompeva la preghiera del salmo e diceva sottovoce “vanti col Cristo che ea procession se ingruma”, “non fermatevi altrimenti tiriamo a tardi”, un modo di dire ricorrente quando si fanno dei lavori in squadra (mietitura, fienagione, manovalanza nella costruzione dei fabbricati, lavoro a catena, ecc.) dove un qualsiasi ritardo causato da qualche intoppo può fermare anche il lavoro degli altri.

Poi rientrava in chiesa e i “capati” dalla mantellina rossa esaltata nella penombra si raccoglievano in preghiera, in silenzio e taciuto ogni rumore proseguivano l’adorazione fino all’alba del “Sabato Santo”, il giorno del miracolo, perché come ci ricorda la narrazione alcune donne che si erano recate al sepolcro lo trovarono vuoto, stupite e piene di gioia andarono a riferire l’accaduto ai loro amici e così nei secoli. Dopo il digiuno e l’astinenza, il sacrificio e il dolore arriva sempre la gioia, “grande festa”, la festa del giorno di Pasqua, la festa della risurrezione, la “rinascita”, quello che ci mostra anche la natura quando si risveglia ad ogni primavera perché qui da noi la festa di Pasqua si festeggia sempre a primavera.

In questi giorni si doveva mangiare di “magro” e al Venerdì Santo si doveva fare sia digiuno che astinenza dalle carni e così il pesce trionfava nelle cucine di Quaresima: le sardine pulite, infarinate e poi fritte in abbondate olio, le alici o i totani, le anguelle e i gamberoni, le seppioline e i calamarie e il bacalà, che poteva trionfare nelle ricette più creative possibili. I primi di solito erano gli spaghetti con i “peoci”, le cozze, o il risotto di seppia, quello nero e i bigoli in salsa. Qualche famiglia preferiva i tranci di tonno sott’olio o i filetti di sgombro che comprava al negozio del “casoin”, dal negoziante che li prendeva dai barattoli di latta posati sopra al bancone e in bella vista, usava una grande forchetta e li metteva sopra a dei fogli di carta e li vendeva a peso.

L’immancabile insalata novella colta nell’orto quando la stagione non era bagnata o rigida presa dal pezzetto di terra esposto al sole, il vino bianco nuovo, della vendemmia recente, messo dentro ai fiaschi ricoperti di paglia per proteggerlo dalla luce del sole e per conservarlo fresco quando veniva spillato dalla damigiana che si trovava nella “caneva”, la cantina che profumava di odori perché iniziavano i primi travasi del vino nuovo, dalle botti alle damigiane e per accompagnare un bel piatto di pesce fritto appena pescato nei fossi che delimitavano la cesura, usando mezzi di fortuna ma che fruttavano sempre perché si tiravano a riva molte tinche, pescegatti, lucci e altro pesce di valle, conditi da tanta polenta abbrustolita o appena cotta se poi mancavano pure quelli ci si consolava con quel poco che c’era a disposizione ma certi che i sacrifici sarebbero finiti a Pasqua la “festa granda”.

Ecco alcune ricette di questo periodo quaresimale.

Pesce fritto: vari tipi di pesce di taglia piccola come le sardine, i gamberetti, i totani, le anguelle, le seppioline, sogliole di piccola taglia, calamaretti, alici e anche dei pezzi di “cagnoletto” palombo, olio di arachidi per friggere, farina fiore, 3 limoni, sale.

Lavare bene e pulire i vari tipi di pesce, eviscerando quelli che lo necessitano tipo le sardine, asciugarli, metterli a macerare su un piatto dove abbiamo schiacciato il limone e poi si passano sulla farina per bene su tutti i lati. Intanto in una casseruola abbiamo messo dell’abbondante olio di semi e quando è caldo facciamo scivolare dentro il pesce poco per volta, lasciamo cuocere il pesce finché acquista un bel colore dorato e a seconda dei tipi se sentiamo che è cotto al punto giusto, con la scolarola lo tiriamo su dall’olio e lo mettiamo a gocciolare sopra a dei fogli di carta assorbente per togliere l’olio in eccesso, salare e se preferiamo prima di servire gli passiamo alcune gocce di limone sopra, servire con polenta in fetta o al cucchiaio.

Risotto al nero di seppia: 500 gr di riso vialone nano, 600 gr. di seppioline, 1 cipolla bianca, 1 spicchio d’aglio, una manciata di prezzemolo tritato, 1 bicchiere di vino bianco secco, 1 litro di brodo vegetale, 1 bicchiere di olio extravergine di oliva, sale e pepe.

Preparazione: per evitare guai con i sacchetti dell’inchiostro fatevi pulire le seppioline dal pescivendolo che così ve le consegna già pronte, arrivati a casa lavatele bene in acqua corrente, poi si tagliano a striscioline non troppo grandi, preparate un soffritto di olio, cipolla e aglio (che poi si toglie quando è dorato) e rosolatevi le seppie, cuocetele per almeno 10 minuti, bagnatele con il vino e continuare la cottura lenta per altri 20 minuti, rompete le sacche dell’inchiostro e aggiungetele alle seppie. Poi mettete il riso, tostatelo per alcuni minuti e bagnatele con dei mestoli di brodo, rimestando di continuo. Aggiungete il brodo fino alla cottura completa del riso, cospargete di prezzemolo tritato, correggete con il sale e il pepe, un filo di olio crudo e grana gratuggiato, servite il risotto bello caldo.

Pescegatto arrosto: scrivo questa ricetta per ricordare che alcuni decenni fa sui nostri fossi si trovava il pescegatto, un pesce nero con dei bei baffetti che adesso è scomparso, la causa è sicuramente da attribuire al forte inquinamento dei corsi d’acqua ma anche alla scarsa competenza che hanno dimostrato certi addetti alla manutenzione dei fossi che negli anni si sono divertiti a togliere la fanghiglia dagli alvei nella stagione della semina delle uova e così sia pescegatto, tinche, rane e tutti gli altri pesci che prima erano presenti dappertutto adesso sono proprio spariti, li troviamo di rado in qualche lista di piatti proposta da qualche trattoria.

Ingredienti: dei grandi pescigatto da darne uno per persona, olio extravergine di oliva, 1 spicchio d’aglio, una graticola, del limone a fette, sale.

Preparazione: pulire i pesci incidendo per lungo la pancia, togliere le interiora, prendere un rametto di rosmarino e ungerli per bene con l’olio, l’aglio pestato, un pizzico di sale, sia dentro che fuori. Appoggiare i pesci su una graticola di quelle che si chiudono molto utile per il pesce che così non si rompe e posarla sulle braci che avevamo preparato per tempo, tenendola vicina ma non a contatto per non arrostire troppo la pelle del pesce, ogni tanto cambiare le braci e girare la graticola fino alla completa cottura dei pesci. Apritela e appoggiate il pesce sull’olio avanzato disponendovi attorno delle fette di limone e per chi vuole lo può spremere sopra o in alternativa un leggero trito di prezzemolo.

E per accompagnare questi piatti di pesce ci vuole del buon vino bianco fresco e ne elenco alcuni: Pinot grigio, Garganega, Lugana, Pinello, Vespaiolo, Custoza, Bianco di Bagnoli, Verduzzo, tralascio il Tai e ricordo il re dei bianchi il Prosecco.

Oggigiorno le Confraternite esistono in particolar modo per salvaguardare un prodotto tipico di un territorio e sono state citate quelle per far promuovere il baccalà e tanti altri prodotti come il Torcolato di Breganze.

La foto di inizio è della collezione Corrà L. e ci mostra la grande rappresentanza di capati e chierici di una chiesa di campagna alcuni decenni fa. Adesso sono solo dei ricordi.

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