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Torsela in dolse, “prenderla con calma”

Torsela in dolse, “prenderla con calma”

Due donne vivevano su due grandi casone che avevano due grandi corti, in una vivevano quattro famiglie composte di molte persone, mentre nell’altra erano molto meno, di qua ci si arrangiava a vivere dignitosamente, ma con fatica, dall’altra parte invece regnava l’abbondanza e come conseguenza anche l’arroganza. Genoveffa viveva di qua e Carmela viveva di là e un grande fossato divideva le due corti, entrambe ben curate, da una parte gironzolavano diversi capi di pollame che beccando insistentemente contribuivano a tener pulita l’aia e tutta la pertinenza attorno alla casa, dall’altra invece era il proprietario che si incaricava della pulizia della corte tagliando con la falce l’erba che diventava più alta del dovuto.

Il grande fossato faceva da confine e sulle rive crescevano rigogliosi dei grandi salici “selgari” che producevano rami per l’uso di campagna; il salice veniva spesso piantato sulle rive dei fossi perché amante dell’acqua, cresceva e si rinforzava, di conseguenza con le sue radici tratteneva le rive e impediva che la terra dell’argine venisse erosa della corrente dell’acqua, a volte quando pioveva tanto capitava sempre qualche piccola frana che poi la corrente se la portava via lasciando dei buchi sulla riva, naturalmente poi si doveva intervenire tamponando con dell’altra terra o anche dei pali di rinforzo. Diverse oche e anatre nuotavano dentro al fossato e girovagavano andando prima contro corrente e poi ritornavano indietro e in questa stagione primaverile dopo la schiusa delle uova si portavano a spasso la rispettiva nidiata di anatroccoli che stavano attenti a non staccarsi dalla mamma oca che li teneva d’occhio dai pericoli che potevano presentarsi lungo il tragitto delle loro nuotate.

la foto dal fotografo

la foto dal fotografo

Genoveffa, da tutti chiamata Effa li guardava con soddisfazione, facevano molta tenerezza, gli allevava con grande passione ben sapendo che alle porte dell’altra stagione, l’autunno, dovevano prendere la strada delle “onoranze” da consegnare al padrone del terreno. Sapeva anche che dove passavano anatre e galline purtroppo non cresceva più l’erba fresca e così molto spesso si armava di falcetto e andava a tagliarla sotto alla vigna e poi la portava nel pollaio, la dispensava sul terreno e così le galline potevano beccarla con voracità, per le anatre prendeva le ortiche anzi i germogli di ortica perché diceva che rendevano la carne più tenera e dolce.

Da diversi giorni Effa si era accorta che sull’altra riva sotto alla costiera di salici stava crescendo un copioso ciuffo di ortiche e le sarebbe piaciuto poterle cogliere anche perché quelle ortiche non erano consumate da nessuno, sarebbero state un bel boccone per le sue oche e anatre solo che si trovavano nella proprietà della signora Carmela e di lei si sapeva che non era per niente generosa. Poteva chiedere a Carmela di coglierle ma sapeva già della sua risposta negativa, era a conoscenza anche che Carmela aveva assunto un tale atteggiamento subito dopo le nozze, forse trascinata dalla sua ingenuità sposò un uomo rude e a volte violento che l’aveva costretta ad una vita sottomessa e infatti Effa l’aveva vista spesso passeggiare attorno alla casona che piangeva a dirotto per la disperazione. Forse per questo motivo era maturato in lei un continuo desiderio di vendetta e lo faceva vedere a tutti anche a quelli che in qualche maniera le volevano bene e Effa era una di queste.

Ogni giorno che passava, quel ciuffo di ortiche, diventava sempre più una tentazione, Effa diceva tra sè che sarebbe stato utile per le sue anatre e oche e più ci pensava e più cresceva il coraggio di andarsele a tagliare, solo che la sua indole pacifica la frenava ogni volta. Ma una mattina di aprile appena sorto il sole decise di fare un giretto dall’altra parte bastava passare sullo stretto ponte che univa le due sponde del grande fossato poi armata di falcetto si avventò sul ciuffo di ortiche e cominciò a tagliarle, le mise in un canovaccio di stoffa per poi portarsele a casa, si sentiva sicura e protetta perché la spalliera di pali accostati ai salici la copriva da sguardi indiscerti. Invece proprio quella mattina Carmela era più disperata del solito e per trovare un luogo sicuro dove piangere in pace scelse lo stesso luogo nascosto dietro ai pali dove si trovava il ciuffo di ortiche così si incontrarono entrambe e sorprese di vedersi proprio dove nessuna delle due doveva essere in quel momento. Entrambe si spaventarono e gridarono di paura ma poi appena ravvedute, Carmela si scagliò contro Effa accusandola di essersi comportata senza la dovuta maniera, Effa tratteneva con cautela il suo fagotto di ortiche appena recise impaurita ma risoluta a salvaguardarle solo che le pesanti accuse che le venivano rivolte la costrinse ad aprirlo e a far vedere il maltolto, alla fine dovette gettare via tutti i germogli di ortica che aveva raccolto altrimenti sarebbe stata accusata di furto dalla furiosa Carmela.

Effa riprese il cammino di casa con la rabbia e la tristezza nel cuore ma sicura che nulla di male aveva fatto, aveva solo mancato di cortesia perché doveva chiederle quelle ortiche e se ne tornò a casa “in dolse” con calma, le brutte parole che aveva ricevuto le fecero scendere qualche lacrima e poi dimenticò tutto.

Qualche mese dopo si accorse che la macchina del medico stazionava sulla corte di Carmela e questo si ripetè per diversi giorni finché un pomeriggio che tendeva al temporale la signora venne caricata su una ambulanza che la portò in ospedale da dove non fece più rientro a casa.

I ricordi ogni tanto occupavano i pensieri di Effa e riaffiorava la tristezza ma lei la faceva passare occupandosi delle sue faccende, se pensava a Carmela lo faceva per ricordare quel male interiore che la perseguitava e che l’aveva resa così poco disponibile veso le persone che le erano vicine. L’avrebbe sicuramente aiutata, consolata se necessario, confortata ogni qualvolta nella sua famiglia capitavano dei momenti di forte tensione e sicuramente, pensava, entrambe si sarebbero rafforzate nell’affrontare tutte le avversità della vita e quel tanto che la loro amicizia si sarebbe sicuramente consolidata. Questo però rimase per sempre un buon proposito e nulla più.

Dopo la morte di Carmela suo marito chiese con insistenza se Effa si sarebbe occupata anche della sua casa, in un primo momento rifiutò ma poi viste le sue condizioni di vita decise di aiutarlo secondo le possibilità che gli erano permesse perché il lavoro da fare nella sua famiglia gli bastava e avanzava. Tempo dopo decise di non tirarasi indietro perché il suo vicino la impietosiva e fu così che lo scoprì diverso da come lo immaginava, meno rude e violento di come gli raccontava sua moglie Carmela e infatti ogni tanto gli confidava del cararttere forte che aveva ma lei voleva solo essere disponibile e lasciava perdere le critiche.

Ben presto Effa sapeva ben gestire le due famiglie e qualche volta si fermava anche più tempo del dovuto presso il suo vicino, certi giorni addirittura mangiavano assieme soprattutto quando sapeva che nella sua famiglia aveva sistemato tutte le faccende per bene e la sua assenza non creava dei particolari problemi, così un giorno decise di preparare dei piatti a base di ortica ci mise tutta la passione nel prepararli e qualche lacrima le scendeva sulle guance e poi assieme al suo vicino vedovo se li gustarono con grande soddisfazione.

Risotto con le ortiche: 350 gr. di riso vialone nano, un litro e mezzo di brodo vegetale, 2 belle manciate di germogli di ortica, 50 gr. di lardo o pancetta, 1 cipolla bianca piccola, un ciuffo di prezzemolo, 2 cucchiai di olio extravergine di oliva, 3 cucchiai di grana grattugiato, sale e pepe q.b.

Preparare un trito di lardo o di pancetta e soffrigerlo con l’olio extravergine di oliva, lavare e tritare i germogli di ortica e aggiungerli al soffritto, aggiungere mezzo mescolo di acqua e far appassire la cipolla, poi versare il riso lasciandolo per qualche minuto sul fuoco, poi aggiungere poco alla volta il brodo vegetale mescolando di tanto in tanto per non far attaccare il riso alla pentola e fino a cottura ultimata. Aggiustare di sale e pepe e mantecare con il formaggio grana, a piacere si può completare con un leggero filo d’olio.

Frittata con le ortiche: alcuni ciuffi di ortiche (i germogli cioè la parte finale, quella più tenera), 6 uova, un ciuffo di prezzemolo, 60 gr. di formaggio grana, 2 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale e pepe q.b.

Lessare le ortiche e strizzarle bene quando sono intiepidite, tritarle con il prezzemolo, sbattere le uova con un filo d’olio extravergine di oliva, aggiungere il formaggio, aggiustare di sale (poco pepe), scaldare l’olio rimasto nella padella e versare il composto fatto in precedenza. Cuocere la frittata da entrambi i lati per alcuni minuti per lato, è buona sia calda che fredda. Si accompagna con delle fette di polenta abbrustolite, ma se riuscite a fare la scampagnata di san Marco in qualche bel prato e poi la preparate ricordatevi di portarvi dietro dei bussolà, una buona bottiglia di Pinello e poi raccontatemi le impressioni che ne sono scaturite. A me hanno sempre detto che le ortiche fanno molto bene anche alle persone e non solo alle anatre e oche. Il dolce delle ortiche che si combina con l’uovo, il salato dei bussolà di Pellestrina, il secco fruttato del vino farà tutti gioire e divertire. Buona scampagnata e ricordate che san Marco è il prossimo 25 aprile.

Ortiche fritte: dei bei ciuffi di ortiche, lavateli bene, passateli in una pastella fatta di 100 gr. di farina bianca, 160 ml di birra, sale, olio di semi di girasole per friggerle, scaldate l’olio senza bruciarlo, passate le foglie di ortica nella pastella e friggetele. Sentirete che bontà.

Mangiarono questi piatti con calma chiaccherando di molte cose e bevendo del buon vino bianco appena spillato dalla damigiana che si trovava nella caneva e alla fine quando arrivò l’ora dei saluti Effa fu avvolta da una strana sensazione di gioia, si sentiva leggera, sollevata, soddisfatta, un solo pensiero la turbava ma fu subito allontanato, poi tra sé pensò che finché ci sarebbero stati i germogli di ortica da cogliere lei avrebbe replicato quei piatti, sia a casa sua che nell’altra e avrebbe accontentato anche tutti gli anatroccoli che allevava.

Le foto sono della collezione di Paolo Nequinio e di Emilio Nequinio, mio zio.
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