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La festa in famiglia

La festa in famiglia

 Nella casona è arrivato il giorno speciale e poteva essere un battesimo, la prima comunione, una festa comandata o anche un matrimonio perché tutto si svolgeva nella casa. In tempi di scarse risorse finanziarie anche un momento importante trovava il suo naturale svolgimento dentro le mura di casa. Forse solo i cittadini e neanche tanto pure loro si potevano permettere di fare una festa andando nella vicina trattoria, o in quella osteria giusto appena fuori dalle mura cittadine, che già a quel tempo si chiamava campagna e che col passare del tempo divenne prima la periferia e poi addirittura quartire della odierna città.

Quindi se si organizzava una festa nelle case di campagna, per tempo si avviavano i preparativi per farla, così per prima cosa si passava nel pollaio e si tirava il collo ai capi di bestiame più indicati, la gallina grassa, il tacchino di buon peso, la faraona o l’oca, ma in base a quanti invitati dovevano far parte all’evento allora si sceglievano più capi di pollame o conigli, venivano macellati per preparare le pietanze di questo giorno importante e unico. Si mettevano da parte quelle parti che dovevano servire per fare il risotto, come “i fegatini”, le frattaglie per spiegarci e poi le galline per fare il brodo mentre le faraone, il tacchino, i conigli per fare l’arrosto, per le oche si sceglieva la soluzione più adatta, spesso si facevano rosolare aggiugendo alla carne del lardo e quel tanto da farne un sugo che lo si chiamava “tocio”, si poteva creare anche aggiungendo del vino durante la cottura. Il lavoro non mancava anche se non si dovevano distrarre gli altri incarichi importanti, come ad esempio seguire i figli piccoli, gli anziani, le altre bestie. Ma tutta l’organizzazione della cucina era in mano alle donne un giro in stalla lo facevano lo stesso per portare in tavola il latte fresco e poi sbatterlo dentro al contenitore per fare il burro, “la buratara”o il “burcio par el butiro”, col latte fresco si creava la panna che doveva servire alla realizzazione dei dolci per la festa, anche qualche formaggio non guastava a fine pasto e perciò si avviava la sua preparazione facendo bollire il latte dentro il pentolone di rame, “el caliero”, si aggiugeva il caglio e lo si faceva bollire nel focolare fino alla sua coagulazione, poi veniva rovesciato sulla tavola, “lo scagno”, dove si formavano delle piccole formaggette tenere.

Le feste proprio per ragioni ovvie si stabilivano quasi sempre nel periodo primaverile e così un veloce giro era riservato anche all’orto per raccogliere le primizie di stagione, i piselli, qualche pomodoro se c’era, l’insalata novella, ai bambini il compito di aprire i bacelli per tirar fuori i piselli e poi metterli nelle varie terrine preparate. Con le uova si preparavano i ripieni da mettere dentro alle galline quando venivano bollite per fare il brodo, o usate per preparare i dolci quelli fatti di fecola di patate e solitamente chiamati con nomi religiosi forse per via del periodo liturgico: il pane degli angeli, il dolce paradiso, la torta pasqualina. E poi via di corsa a rovistare nelle credenze alla ricerca delle tovaglie più belle, abbinate ai tovaglioli, quelle coi ricami per intenderci e usate solo in tali circostanze, a spolverare dove non lo si faceva quasi mai, a lustrare i vetri della cucina e del tinello luogo votato per la sistemazione della tavola per la festa.

Ma l’organizzazione non si fermava qui perché c’erano da distribuire i compiti e allora chi doveva stare in cucina a preparare i cibi e chi doveva trovare tutto l’occorrente per preparare la sala, chi preparava le camere per gli ospiti, insomma un caos, ben ordinato ma pur sempre un caos, che doveva per forza creare degli esclusi e questi ovviamente erano i bambini perché seppur pronti ad aiutare per loro tutto era un gioco e allora le dita nella pasta dei dolci si mettevano con disinvoltura o per assaggiare la crema fatta con le uova sbattute con lo zucchero o si mangiavano gli ovetti della gallina grassa appena lessati ma che servivano per il ripieno e così via, basti pensare al modo che hanno i bambini quando si mettono a fare qualcosa, perciò penalizzati dal programma dovevano star fuori in cortile a giocare e se disobbedivano allora arrivavano le immancabili sculacciate che facevano piangere.

Se tutto proseguiva seguendo la scaletta allora filava liscio, ma se qualcosa andava storto allora sì che erano guai e guai seri; un piccolo imprevisto causato da una scottatura, o faceva stringere i denti, o se la malcapitata veniva soccorsa si perdeva di vista l’arrosto che si rosolava più del dovuto e per evitare di fare una figuraccia si ricorreva agli stratagemmi che la pratica aveva insegnato e nessuno si accorgeva della disgrazia che la carne aveva subito.

In fondo nulla era così tecnologico come lo è oggi con le pentole in acciaio, i timer, le carte siliconate, il gas per cucinare, le antiaderenti, ecc. Tutto era dettato dall’esperienza e dalla memoria tramandata di madre in figlia, basti ricordare che per accendere il fuoco del focolare o della stufa a legna si seguivano dei rituali avvolti dal mistero, o ricordare le composizioni delle dosi degli ingredienti da adoperare nelle ricette per capire il valore dell’esperienza, sembrava di assistere alla creazione di pozioni magiche e tutto per creare quei piatti che ancora oggi ricordiamo con nostalgia affermando che sì una volta si mangiava meglio e le cose erano più buone.

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