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Le Corti Benedettine di Correzzola

Le Corti Benedettine di Correzzola

Sulle Corti Benedettine di Correzzola ho accennato in un articolo precedente. Si trovano a sudest delle provincie di Padova e Venezia ed è una vasta area che confina con Piove di sacco, il paese più importante, che si chiama Saccisica, nel territorio di Correzzola. Se si percorrono a passo lento magari in bicicletta, si possono osservare delle grandi case formate da un blocco abitativo e il restante da un portico con arcate a tutto sesto che un tempo ospitavano i granai, il fienile, la stalla e la cantina. Sorgono in un terreno più alto del piano campagna perché dovevano essere salvaguardate dalle possibili inondazioni dei fiumi che attraversano questi luoghi.

Il territorio delle Corti è anche a ridosso della laguna di Venezia e Chioggia e del mare Adriatico, è formato da una depressione geofisica (è al di sotto del livello del mare), ed è il risultato del materiale di terra e sassi portato dai fiumi, i più importanti d’Italia, in migliaia di anni dello scorrere lento delle acque raccolte dagli affluenti. In certi periodi dell’anno la quantità d’acqua superava la portata dei fiumi e allora si allagavano le campagne formando gli acquitrini che rimanevano tali perché l’acqua non riusciva a defluire sia per il terreno impermeabile e per quanto accennato sopra, dove la natura cresceva rigogliosa di alberi di diverse specie ed erbe palustri spontanee.

Queste valli erano poco produttive e perciò abbandonate, usate quasi esclusivamente per la pesca e la caccia, oltre che per il legname, sia dalla popolazione locale che dai ricchi signori che le frequentavano assieme ad un nutrito seguito di amici, che dovevano riempire di prede i loro carnet. Da precisare anche che erano un ottimo sistema di difesa contro i nemici qualora scegliessero di assalire le guarnigioni poste ai confini dai feudatari che comandarono questo territorio. Ma un giorno, il 12 giugno 1129 la Nobil donna Giuditta di san Bonifacio di Verona decise di donare una parte di questi terreni, avuti in eredità dal marito defunto, ai monaci benedettini dell’Abbazia di santa Giustina di Padova, con lo scopo di farli rendere produttivi affinché portassero un adeguato beneficio a loro stessi e a tutti i bisognosi che ogni giorno bussavano al portone dell’Abbazia.

L’idea di bonificare quest’area molto grande da subito si presentò come una impresa disperata e così inizialmente i monaci vollero solamente accudire le persone che vivevano in questi luoghi facendoli incontrare durante le funzioni religiose attorno alle pievi già esistenti e in quelle edificate in seguito, di Conca d’albero e Villa del Bosco, costruita nel 1172. Pochi anni dopo Arnaldo da Limena venne nominato abate dell’Abbazia e con coraggio decise di cominciare una imponente opera di bonifica subito stroncata dall’invidia e l’avidità di Ezzelino da Romano, signore di Padova, che confiscò tutti i loro beni e pure rinchiuse l’abate nelle carceri di Asolo fino alla sua morte. Morto pure il tiranno l’Abbazia tornò a rivivere e ripresero le opere di bonifica nei territori di Conca d’albero che durarono molti decenni, per prosciugare i terreni in maniera più snella vennero suddivisi in diverse aree e si formarono nuovi villaggi regolamentati dallo stile di vita dei benedettini così che le Corti ebbero uno sviluppo inatteso quel tanto che riuscirono ad elevare l’Abbazia di santa Giustina rendendola più florida ed economicamente molto importante.

Archivio di Stato: mappa della Corte Vanezza Piccola
Archivio di Stato: mappa della Corte san Luca

Le violente perturbazione che riempivano i fiumi Adige, Brenta e Bacchiglione molto spesso ricoprivano d’acqua le campagne di Correzzola quando esondavano dagli argini. Ma le voci si rincorrevano di bocca in bocca sul grande lavoro che stavano facendo i monaci in quelle campagne. Vennero realizzati una rete di scoli, fosse,canali, collegati tra loro e interrotti da porte e chiaviche, opere di grande ingegneria idraulica con canaletti e scolmatori posti su vari livelli nel terreno che ne regolavano lo scorrere per far defluire le acque in eccesso fino a farle sfociare in mare aperto. Il lavoro promosso dall’Abate e seguito di persona dal Monaco Cellerario e dagli altri monaci rese necessario il trasferimento della sede Dominicale dalla Corte di Conca d’albero alla nuova sede di Correzzola, più centrale, e aiutati dagli abitanti ma anche da molti altri coloni che vennero ingaggiati da più posti compresi i paesi delle montagne dell’Altopiano di Asiago (tanti sono i cognomi dalla vaga origine montanara) allo scopo di rendere fertile e produttiva tutta questa zona avviandone la semina dei campi sia a frumento che di altri cereali allora conosciuti: sorgo, avena, orzo e poi lino, foraggio per gli allevamenti delle manze da latte o per gli ovini e anche per i cavalli usati sia nei lavori di fatica che per altri scopi, si allevavano pure tutti gli altri animali da cortile, e anche i maiali, in altre aree di questa zona vennero coltivate la vite, che prima era solo piantata sui Colli Euganei, e i frutteti, o semplicemente lasciate boschive (brolo da legna) per ottenere il legno usato per le costruzioni e mille altri usi, tutto doveva seguire la rotazione dei terreni obbedendo alle leggi della natura. Quest’area all’inizio del 1500 si allargò fino a raggiungere la dimensione di 12.767 campi padovani, il territorio suddiviso in cinque Gastaldie e poi in 93 Corti le quali a loro volta contenevano 320 fattorie fatte in “cotto e coppi”, in pietre e tegole, a differenza dei casoni di paglia molto presenti nella zona, più miseri e precari in quanto usando il fuoco per cuocere e per scaldarsi spesso si incendiavano lasciando senza riparo i loro abitanti.

Archivio di Stato: mappa della Corte di Villa del bosco
Archivio di Stato: mappa della Corte di Conca d’albero

Una suddivisione territoriale così estesa forse la si può trovare in altri posti ma le Corti avevano impressa la radice di san Benedetto dove il ritmo del tempo era scandito dalle “ore Canoniche” tipiche della Regola benedettina tre ore di lavoro e una pausa, cioè un tempo dedicato al lavoro e un altro dedicato al ringraziamento per l’abbondanza dei raccolti: “Ora et Labora”, ed erano i rintocchi delle campane dei campanili a sancire questo ritmo unico e affascinante. E non solo lavoro sui campi perché sull’argine del Bacchiglione era sempre ancorata una flotta di “burci e bragossi”, delle barche molto grandi col fondo piatto, usati per trasportare le derrate e i prodotti agricoli, verso le destinazioni di Padova, Monselice, Este, Chioggia e Venezia, inoltre a Vegrolongo vicino a Rovolon, sui Colli Euganei, un altro immenso appezzamento di terreno accoglieva le vacche e le pecore che pascolavano durante il periodo estivo per far ritorno il giorno di san Mattia, alla fine di settembre, nelle stalle delle Corti, dopo la transumanza fatta sopra l’argine del Bacchiglione. Gli inquilini che occupavano le Corti ricevevano anche gli arnesi necessari a produrre i beni che si potevano ottenere, falcetti e carri per le biave, caliere e scodelle per realizzare i formaggi, tini e tinozze per fare il vino oltre a seghe e roncole per tagliare le piante.

si costruiscono le nuove idrovore con la supervisione dell’ingegnere inglese (terzo da destra)

Quindi sulle Corti la vita scorreva beata e pacifica? Dalla lettura osservata per documentarmi posso affermare che invece le invidie e le guerre territoriali non hanno mai reso la vita facile ai monaci delle Corti Benedettine per di più la natura ha sempre prodotto grandi grattacapi al monaco cellerario incaricato della guida di questa grande tenuta, ma aveva sempre come alleati un numeroso gruppo di persone fidate che solo in qualche circostanza lo hanno tradito e si sono lasciate corrompere per avidità di potere, quasi sempre i monaci sono riusciti a salvare il loro Tenimento perché arguti nel documentare in un registro passo dopo passo qualsiasi sviluppo ed evoluzione, un diario dei lavori eseguiti da esibire nel futuro, sempre più spesso irto di tranelli. Tutto funzionava col detto “tutto è di tutti e nulla è per nessuno”, con parole più semplici si può spiegare che il territorio delle Corti era regolamentato da una speciale democrazia perché i monaci e quindi tutti gli abitanti dovevano seguire la Regola di san Benedetto, guida insindacabile e unica base a cui fare riferimento, ed in più si fidavano della forza misteriosa dei santi protettori oltre che della loro che doveva intervenire quando le catastrofi creavano veri disastri e questo capitava spesso.

Ma contro Napoleone alla fine del 1700 non poterono fare nulla e dopo la confisca le Corti vennero cedute ad altri, “amici per lo più”, che conoscevano poco il territorio, le Corti vennero abbandonate i coloni preferirono emigrare in altri posti e quasi tutto ritornò alle originarie paludi fino alla nuova bonifica fascista che usava delle turbine idrovore per aspirare l’acqua dai campi, prima alimentate a vapore e poi a gasolio, poste nei sostegni che sono messi di traverso agli scoli riuscendo in questa maniera a recuperare la fertilità dei terreni come capitava un tempo, peccato però che la Regola benedettina venne affossata in uno dei tanti scoli che vi attraversano il territorio.

un tuffo nel bacino dalla idrovora Barbegara

Chi percorre in bicicletta questi luoghi noterà che le Corti in qualche località sono state recuperate come la Vanezza e quella dell’Assunta, per esempio e fanno la loro bella figura, altre sono abbandonate e stanno cadendo pezzo per pezzo come san Luca e parte della corte di Correzzola, altre ancora le hanno lasciate dov’erano e a fianco hanno costruito certe case moderne che deturpano il disegno originario più sobrio come quella a Portopedocco, in altre hanno chiuso le arcate con vetrate di dubbio gusto come quella di sant’Anna ed infine altre ancora sono state riprodotte in chiave moderna e più conforme ai nostri tempi. Inoltre sia nel primo che nel secondo dopoguerra il territorio venne frazionato in molti appezzamenti che si sono conquistati delle eccellenze tra questi gli ortaggi e la vite, che ha il suo centro a Pegolotte di Cona con la Cantina Sociale (www.cantinacona.it) e poco distante la Corte Civrana (www.tenutacivrana.it) un bell’esempio di fattorie didattiche molto utile a far riscoprire quel passato ricco e abbondante che esisteva al tempo dei monaci, sono collocate ai confini della località Foresto. Un nome che racchiude un’altra storia che deve essere raccontata in un altro articolo.

una classe scolastica in partenza per visitare l’idrovora di santa Margherita, 1963

Le foto sono delle collezioni di Paolo Nequinio, Archivio di Stato di Padova, Trovò di Correzzola, Gallo A. di Correzzola, Baldi P. di Correzzola.

Alcuni mi hanno chiesto dove ho trovato le informazioni per fare gli articoli sulle Corti di Correzzola e perciò sono qui a ringraziare Girolama Borella con il suo libro “Il Cammino di una Rinascita” Proget edizioni di Albignasego, poi l’articolo apparso su “Avvenire” di Luigino Bruni “Il sogno dei lavoratori-monaci”. Mentre le mappe dell’Archivio di Stato di Padova mi sono servite per una ricerca molti anni fa. Un grandissimo grazie va rivolto ad una amica Sonia B. che un giorno mi ha convinto a frequentare la Corte di Correzzola che non conoscevo o solo vagamente citata.

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