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Case, casoni, casini veneziani

Case, casoni, casini veneziani

Un articolo che si collega agli altri scritti in questo sito, basta andare a vedere tutte le notizie sulla nascita di Venezia; uno sparuto gruppo di casupole chiamati “casoni” costruiti con dei materiali presi direttamente dal luogo dove vivevano questi pescatori di valle, legno, argilla e canne palustri, mentre nel loro interno piuttosto misero il legno era il prodotto essenziale usato per l’arredamento a parte il focolare costruito in argilla cotta (oggi nella laguna si trovano alcuni casoni restaurati, da visitare se sono aperti come quelli del passo della Fogolana in località Conche di Codevigo).

Il contesto storico terribile legato alle invasioni dei popoli slavi e germanici attraverso questo territorio che abbiamo raccontato, mise a dura prova la tenacia e l’istinto ad esistere del popolo veneto e non disdegnò dall’aiuto avuto dalla ventata di novità portata da un personaggio che in seguito doveva assumere un ruolo determinante nella vita di questi pescatori, l’apostolo Marco, accolto e rifocillato proprio in uno di questi casoni di valle dopo che si era imbattuto in una tempesta durante il viaggio di ritorno da Aquileia ad Alessandria in Egitto.

un casone ristrutturato

Scampati alla morte e riparati nella laguna che si trova di fronte alle città di Aquileia, Altino e poi Concordia e più a sud da quelle di Treviso, Padova, Este, gli sfollati iniziarono piano piano una nuova comunità sviluppatasi in alcune delle barene e isolotti della stessa, abitarono prima sui “casoni”esistenti ma poi costruirono delle case di pietra con il tetto di tegole. Mano mano che la loro attività passava dalla pesca al commercio, verso le aree costiere dell’Adriatico e poi più tardi nelle coste Dalmate, incrementavano anche i profitti che diedero origine alla città di Venezia, divenuta un centro urbano di una certa importanza, costruito interamente sulla parte emersa della laguna, in quelle isolette di materiale versato in mare dai grandi fiumi che attraversano la pianura. Sembra impossibile ma i veneziani sono riusciti a realizzare una città di case di pietra e marmo, posandola sopra al limo della laguna e questo è stato possibile perché prima vi avevano piantato una foresta di pali di legno uno vicino all’altro e di vari diametri in modo tale che con la successiva calcificazione operata dall’acqua si veniva a creare una fondamenta molto solida tale da riuscire a sostenere case, palazzi, le chiese e le grandi basiliche.

Se la città si sviluppava e aumentava il numero dei suoi abitanti questi per distinguersi per nome diedero origine ai casati e quelli più ricchi lo rendono manifesto con la fabbricazione di imponenti palazzi che tutt’oggi fanno bella mostra sulle rive del Canal Grande, solo che per secoli non furono chiamati così forse per non renderli al pari del Palazzo Ducale sede del Governo e residenza del Doge erano nomi di sontuose case poi apostrofate, dimezzate, quasi a voler dare una certa incisività al nome del casato, per questo motivo la Casa diventa Ca’ e poi di seguito il nome. Quando i nobili veneziani spostano i loro interessi dal mare alla terraferma, per le cause descritte in altri articoli e si insediano sulle terre quasi sempre ricevute in dono per meriti guadagnati nelle battaglie o nelle operazioni diplomatiche di un certo rilievo fanno nascere alcune nuove località che prendono il nome dei possessori ed ecco allora che fioriscono molte località che hanno il nome di Ca’ Erizzo, Ca’ Venier, Ca’ Pisani, Ca’ Loredan, Ca’ Badoer e così via, la casa di campagna è la Ca’ e quella di città diventa Palazzo.

La storia della città di Venezia passa quindi dal “casone” alla casa che diventa Ca’ e poi Palazzo ma anche, per le dirette conseguenze implicitamente legate al suo sviluppo sociale e culturale ci mostra che alcune famiglie sono diventate ricche per i traffici marittimi e poi più tardi col commercio di generi prodotti nelle tenute agricole di cui possiedono la tutela. È giusto ricordare che i veneziani non hanno solo spostato i loro casati in campagna ma ne hanno fatto un motivo di prestigio con la metamorfosi operata in certi secoli facendo nascere la cultura della villa tanto che la loro ricchezza distribuita nel territorio a ridosso della laguna ha fatto erigere delle costruzioni imponenti chiamate appunto Ville assegnando il progetto di realizzazione ai migliori architetti esistenti a quel tempo.

Villa Badoer a Fratta Polesine

Nelle ville veniva trasferita tutta la vitalità esistente in città e come conseguenza anche il brio del divertimento tanto che in ognuna era sempre presente un piccolo teatro chiamato “Ridotto”, perciò non paragonabile a quelli della città di Venezia, dietro le quinte del teatro e nascosto dai vestiboli degli attori c’era una piccola sala da gioco spesso chiamata “casin”. Piano piano questi luoghi si trasferirono anche in città facendoli diventare dei veri circoli culturali dove non solo si giocava d’azzardo, non solo erano abbondanti le presenze femminili che si dedicavano al meretricio ma tra le loro pareti molto spesso albergavano studiosi, poeti, pensatori, attori delle arti di ogni genere senza tralasciare i vari esponenti politici del momento.

indicazione veneziana del casin dei nobili

Il 27 febbraio del 1568 un decreto della Repubblica proibisce di tenere i Ridotti perché sono diventati luoghi di dissolutezza, questi che sono chiamati “casin dei nobili” e “in tali ritrovi facevasi di notte giorno ed, oltre alle partite di gioco, davansi feste di ballo e musicali accademie. Nelle sere di sabato, dopo la mezzanotte s’imbandivano grasse cene sotto la moderata proposta di mangiar frittelle”. Il decreto non viene rispettato perché il 18 settembre 1609 si ritorna a proibirli perché alcuni di essi sono tenuti da cortigiane che li hanno fatti diventare dei luoghi di “vita licenziosa”, famoso quello di Veronica Franco ed anche quello di Gaspara Stampa già accennati negli articoli di questo sito.

Tralasciamo di scrivere del “casin di caccia” e delle “corti”, di queste vi abbiamo dato un accenno nell’articolo precedente, torneremo ad occuparcene in modo più completo.

Le foto sono della collezione di Paolo Nequinio
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