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Le Rogasion

Le Rogasion

Le “rogasion” o rogazioni sono delle preghiere fatte con insistenza dal popolo per chiedere un aiuto dal cielo contro le calamità atmosferiche, a volte delle vere catastrofi per i frutti dei campi e degli orti.

E succede proprio questo nella regione del Rodano, in Francia, attorno al V secolo d. c. due terremoti, delle inondazioni, una pesante carestia, il popolo esasperato si presentò dal vescovo Mamerto per chiedergli di intervenire affinché tutte queste disgrazie terminassero in fretta. Il vescovo si ricordò di un antico rito pagano che veniva fatto in quei posti, alcuni secoli prima, poi dismesso perché richiedeva dei sacrifici di animali ed inoltre con l’arrivo del cristianesimo, annunciato dai primi religiosi giunti in quei paesi, si cercava di far richiamare l’attenzione sull’unico sacrificio al quale fare riferimento per poter redimere tutti, quello di Gesù sulla croce. Perciò quell’antico rito veniva fatto solo da coloro che continuavano a seguire la tradizione popolare e anche il vescovo non volle scavalcare i loro arcaici riti e decise di partire dal duomo in un pellegrinaggio lungo tutti i sentieri che segnavano il “limes”, il confine della sua diocesi, lo effettuò a tappe fermandosi in tutti i posti dove sorgeva un cippo, una piccola chiesa, un oratorio e accolto dalle persone del luogo impartiva una benedizione verso il cielo, la terra, l’acqua, il lavoro, poi riprendeva il cammino verso un’altra tappa e al piccolo drappello si univano altre persone appena incontrate così la processione diventò una folla e quando arrivarono in duomo c’era tutto il popolo a chiedere con insistente le grazie richieste, quei tre giorni di cammino cantando e lodando i santi si conclusero il giorno dell’Ascensione del Signore Gesù al cielo. Sembra che questo rito abbia prodotto dei risultati perché alcuni avvenimenti non si presentarono più, o almeno erano meno disastrosi, così pure certi guai patiti negli anni precedenti, così fu addottato da altre comunità vicine e col tempo si diffuse in maniera abbastanza capillare in molti paesi della Francia e con cadenza annuale. Il popolo contadino che viveva dei prodotti della terra fece in fretta a capire che quelle benedizioni lo potevano aiutare e il contagio fu unanime, tanto che arrivò velocemente anche in Italia che ha sempre vissuto certi sconvolgimenti devastanti, che distruggevano i raccolti.

Questo rito, prima pagano e poi cristianizzato, venne adottato come segno di buon auspicio per l’annata agraria che si stava aprendo, perché l’Ascensione che ad un tempo si festeggiava di giovedì e dopo quaranta giorni dalla Pasqua, cadeva sempre in maggio, un mese che vede fiorire rigogliosa la natura, dove le semine autunnali cominciano a mostrare le loro piantine fragili e perciò si facevano anche i migliori propositi. Troviamo conferma che i primi tre giorni della settimana, lunedì, martedì, mercoledì, prima dell’Ascensione erano dedicati alle rogazioni, c’era la consuetudine di astenersi dal lavoro per preparare ai bordi del campo un piccolo altare dove si legava al tralcio una immagine sacra, magari l’unica che c’era in casa e poi con le frasche di pioppo o di “selgaro”, salice, si fabbricavano delle piccole croci da appoggiare ai piedi della mensola, al passaggio del parroco, dei capati, del porta croce e di tutta la processione, che sostava per la benedizione rituale, anche le croci venivano asperse di acqua benedetta. Poi venivano piantate ai margini della proprietà e molto spesso venivano tenute in disparte e bruciate ogni qual volta apparivano all’orizzonte delle nuvole minacciose che potevano portare con sé la grandine che devastava le colture. Ad ogni tappa delle “rogasion”, tutta la processione si fermava e veniva invitata dalla famiglia a condividere la colazione realizzata coi prodotti fatti da loro, così si serviva una sopressa, poi tagliata a fette grosse e accompagnta con il pane fresco, un pezzo di formaggio magari di quelli stagionati per dare più energia ai pellegrini e poi non mancava mai una buona focaccia casereccia quella fatte con tante uova perché in questa stagione le galline sono molto produttive, infine per coloro che volevano assaporare il latte appena munto sceglievano di berlo con il caffè d’orzo, oppure inaffiavano la colazione con il vino fresco appena spillato dalla botte in “caneva”, quella delle feste importanti.

Il gruppo di pellegrini poi riprendeva il cammino e vi avvicinava alla tappa successiva e così via fino a raggiungere la chiesa dalla quale erano partiti alle prime luci dell’alba, dopo parecchia strada e dopo una bella fatica, perché queste processioni comportano impegno fisico, ma sono comunque una festa e si potrebbe sottolineare che sono una festa dell’uomo e della natura, infatti i prati sono pieni di colori e di profumi, le piante ormai sono ricche di vegetazione e se dei fiori sono sfioriti altri più tardivi spandono nell’aria un buon profumo e aiutano la riappacificazione dell’uomo con il creato quando ne condividono le sorti e cercano di  valorizzarlo, senza distruggerlo.

Negli anni settanta venne cambiato il calendario e la festa della Sensa è stata spostata alla domenica anche la tradizione delle rogazioni perse il suo fascino culturale ed anche l’entusiasmo nel praticarle, forse a causa di un cambio di interessi, dal lavoro nei campi a quello in fabbrica e allora adesso non si fanno più le benedizioni indirizzate ai raccolti ma si preferisce maledire il lavoro nella catena di montaggio.

Nell’altopiano dei sette Comuni, quello di Gallio e Asiago per intenderci, questa tradizione non è stata dimenticata e da molti anni la perpetuano con grande entusiasmo ed interesse non solo dai residenti ma anche dai tanti turisti che intendono vivere uno dei momenti più esaltanti ed anche più belli di questo periodo dell’anno. Viene fatta secondo tradizione, per scacciare le disgrazie e per ricordare che la peste del Seicento, non arrivò in queste terre. La rogazione di Asiago non è un momento folcloristico, ma propiziatorio perché la terra ha smesso di rimanere nel letargo dell’inverno e il gelo ormai è passato, l’erba fresca riprende a spuntare e si riempie di fiori profumati, le mucche escono a pascolare liberamente per produrre il buon latte che serve per fare il formaggio Asiago, una delle specialità di questo territorio.

Inoltre la rogazione di Asiago è un grande segno di conciliazione perché permette alle persone che vi partecipano di condividere una esperienza bella, ci si sente vicini a tutto quello che ci circonda anche con le persone che partecipano. Ci sono le coppie di amanti che si trovano per viverla assieme e per scambiarsi le uova sode colorate, come segno di fertilità e abbondanza e lo fanno magari di nascosto per non essere scoperti e derisi ma poi alla fine della processione quando tutti rientrano nelle proprie case le fanciulle fischiettano sul “cuco”, un particolare oggetto di terracotta che hanno avuto in dono il giorno di san Marco. È uno zuffolo che imita il canto degli uccelli, di antica tradizione, a volte è un usignolo, altre volte una cinciallegra, o un cardellino a seconda della sua fabbricazione ed era usato per scacciare i pericoli o le forze oscure del maligno, per questo può far coraggio quando lo si fischietta. Nel caso della ragazza che lo soffia è per richiamare il suo fidanzato quando è lontana da lui, un modo per farsi riconoscere e distinguersi dalle altre ragazze, per iniziare il corteggiamento dato che inizia la stagione degli amori.

La primavera degli amori che si possono distinguere con particolare vivacità quando si fa la rogazione di Asiago, ed è singolare mischiare nell’aria le litanie e i canti recitati in latino assieme al verso degli animali, perché in questo periodo si muovono liberi tra boschi e prati, come gli zuffoli degli uccelli del bosco, l’indimenticabile fischio della marmotta, il canto del cuculo che vuole curiosare volando vicino ai viandanti e ci sembra di ritrovare una pace mai provata perché tutto rinasce ed è quasi un invito a restare, a fermarsi per sentire la nuova vita che è in atto col desiderio di preservare il grande patrimonio che ci trasmette.

“Il giro del mondo, sognato dall’emigrante, che non può tornare al suo paese o ricordato dal vecchio che non ha più la forza di affrontare il cammino, può diventare un abbraccio di amore e di nostalgia, un abbraccio d’amore con quanti capiscono che la vita è anche un camminare assieme, un abbraccio di nostalgia con quanti sanno trovare nel rimpianto una nuova felicità.” Mario Rigoni Stern

Ecco che il viandante stanco, ma sereno, decide di riposare un po’ per ritrovare nuove energie e lo fa accasandosi in una baita dove si dispensano delle fette di formaggio Asiago fresco o Asiago Mezzano, quello Vecchio e lo Stravecchio, un Asiago stagionato che sa di piccante, lo assapora con calma, cerca di scoprire le origini e si accorge che si perdono nel tempo e sono così remote che neppure riesce a immaginare l’inizio di tutto. Ma è troppo grande la curiosità, forse vuole solo scoprirla e non gli rimane altro che informarsi, ed ecco la scoperta, i segreti della produzione del formaggio non sono opera dell’uomo ma delle Anguane, anzi dell’Anguana madre, che nella notte dei tempi si presentò di sorpresa nella casa del pastore ormai stremato e vedendolo in quelle tristi condizioni si impietosì e gli rivelò il segreto della produzione del formaggio. L’Anguana rimase a lungo nella capanna del pastore e alla fine lui se ne innamorò perché era bella e poi lo aveva salvato dalla morte, ma non era questa la vita che l’Anguana aveva scelto perché doveva risollevare le sorti degli altri pastori e in una notte buia e nera se ne andò. Al pastore triste erano rimasti il ricordo dei suoi grandi occhi scuri e lucenti, la sua candida pelle, il suo sorriso e la sua voce dolce ed anche tutti i segreti per produrre il formaggio.

E questi segreti si sono tramandati di generazione in generazione fino ai giorni nostri e possiamo mangiare questa specialità dell’Altopiano di Asiago o dei Sette Comuni, quel formaggio dolce e saporito da accompagnare a del buon vino Bianco, un Breganze ad esempio, con della polenta ancora fumante, cotta nel paiolo della baita, dal soffitto nero di fumo. Allora si capisce quanto è grande la salvaguardia del creato e che non è lecito distruggerlo o manipolarlo, altrimenti anche le Anguane non tornano più.

Le foto sono della collezione di Paolo Nequinio e ci raccontano della rogazione fatta in un paese del padovano.
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