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La Pasqua – festa granda

La Pasqua – festa granda

 Nonna raccontami una storia”, se non era lei a far questo sacrificio interveniva la mamma seppur indaffaratissima con gli altri figli, tutti da sistemare sotto alle coperte prima di farli dormire, molto eccitati dalla lunga cerimonia vissuta in chiesa nella sera del Venerdì Santo, chiassosi e incuriositi dalla esperienza appena vissuta così ricca di momenti molto significanti soprattutto tra i più grandi che insistevano nel chiedere delle spiegazioni.

Ma dopo poco i bambini stanchi morti crollavano nel sonno più profondo fino al tardo mattino del Sabato e quando scendevano in cucina trovavano le donne in piena attività che stavano preparando il cibo per il pranzo del giorno dopo, quello della festa di Pasqua.

Questa esperienza si poteva vivere molte volte quando ci si recava a far visita ai nonni nella loro casa e dato che c’erano le vacanze pasquali, allora ci si fermava a dormire da loro, il divertimento era assicurato perché si sperimentava l’incontro con i cugini, le cugine, le zie e gli zii.

Pochi giorni prima nella casona di mia nonna era già iniziato un gran fermento non solo per l’aria di primavera, ma per l’avvicinarsi della Pasqua e lei già si immaginava cosa si stavano dicendo le figlie e i generi mentre erano seduti a tavola all’ora di cena, unico momento favorevole per raccontarsi le vicende del giorno. Si programmavano per tornare a trovare i genitori proprio nei giorni di Pasqua e pasquetta, alcune di loro lavoravano in Lombardia, perché alcuni anni prima erano partite per trasferirsi nella periferia di Milano in uno di quei paesi pieni di palazzoni del boom economico, dormitori per decine e decine di migliaia di famiglie che lasciarono i loro paesi d’origine per fare “fortuna” nella grande città.

Quindi questo discorrere era necessario perché si dovevano chiedere le ferie dal lavoro e gli inconvenienti causati da una programmazione troppo frettolosa potevano arrecare dei disagi se si incontravano dei ritardi per qualche sciopero dei treni o per la macchina da controllare in vista del viaggio, si sa che alcuni anni fa era sempre una bella  avventura.

Le zie erano agitatissime già da alcuni giorni perché dovevano preparare le valige e in più ritornavano a far visita a quella casa che le aveva viste nascere e portandosi appresso i nuovi arrivati che nel frattempo si erano aggiunti alla famiglia, nipoti e nipotine da far vedere alla loro mamma, la nonna. Qualcuno di loro non possedeva ancora la macchina soprattutto le famiglie appena formate così usavano il treno, le altre invece l’avevano acquistata firmando pacchetti di cambiali perché la stavano pagando a rate,

Intanto nella casona c’era chi stava facendo il giro del pollaio per scegliere il pollame adatto al pranzo della domenica, l’oca più grassa, i galletti o le pollastre, le faraone e anche la gallina vecchia ma buona per fare il brodo, si sentiva con chiarezza che la quaresima stava per terminare e di fronte a tanta eccitazione si rimaneva incantati. Le zie rimaste “in casa” dovevano aiutare alla preparazione delle portate e l’impegno per prepararle bene era al massimo così erano certe di far felici gli ospiti. Spaccavano uova e le impastavano alla farina di grano tenero per preparare le tagliatelle, le lasagne, la pasta per il pasticcio, i “bigoli” certi spaghetti che assorbivano per bene il ragù di carne. Sul fornello di casa era un alternarsi continuo di pentole per preparare il brodo lessando la carne, sia di manzo che di gallina, col macinato si preparava il ragù per il pasticcio, nel forno si preparava l’arrosto e tutta la cucina si riempiva di odori, di soffritto, di chiodi di garofano, di spezie, di verdure bollite. Poi venivano rotte altre uova e impastate per fare la “fugassa” di Pasqua, il Pan di Spagna per il dolce di primavera, la zuppa inglese o come si chiamava in maniera più familiare “el dolse a fredo”, un prototipo del moderno “tiramisù”.

Grande impegno anche per fare le pulizie della casa, non tutta perché era veramente grande ma era bene togliere la polvere e la fuligine, depositata durante tutto l’inverno, dalla cucina, dal tinello, nelle camere invece erano da sistemare i letti con le lenzuola e le federe profumate per accogliere gli ospiti che dovevano arrivare, se il bagno era in casa si puliva per ultimo, ma se c’era il cesso fuori nella corte nessuno lo sistemava, andava bene così o al massimo veniva lavato con qualche buona secchiata di acqua di pozzo.

Anche le tovaglie inamidate erano da tirar fuori, le posate delle feste importanti, quelle della dote e il servizio di porcellana raccolto nella scatoletta messa sopra alla vetrinetta e avvolto ancora dalla paglia che lo proteggeva, dovevano far bella figura davanti a tutti e proprio nel giorno della festa importante. Gli uomini invece cercavano di stare alla larga da tanto via vai così si occupavano delle faccende consuete come il governo della stalla, del travaso del vino per scegliere quello della botte migliore, sfigurare di fronte ai parenti che arrivavano dalla città si doveva evitare anche se si sapeva già (gli anni sessanta) che almeno uno di loro portava delle bottiglie di Chianti Folonari quello della pubblicità per intendersi in sostituzione del solito vino rosso “de casa” dal nome così anonimo come il Merlot, il Friularo o il Clinton “grinton”, chiamato anche “vin da murari”, vino da muratori.

Si stavano già delineando delle differenze tra chi aveva scelto la campagna come luogo di lavoro e chi aveva preso la strada più progressista andando a fare l’operaio in qualche fabbrica, dove il lavoro a catena creava sicuramente sviluppo ma a scapito di altre soddisfazioni, ecco che allora in una normale mensa di una qualsiasi famiglia veneta si potevano notare quei piccoli doni che i parenti portavano e che avevano comprato nei primi market cittadini, erano le onoranse”, non quelle descritte, ma quelle proposte dalla pubblicità televisiva, come Carosello, perché le cambiali dovevano essere pagate ogni mese. Ma le vacanze o le ferie servivano a queste famiglie nel farle rivivere quel clima di casa, quello che avevano lasciato, una alla volta, per andare a vivere lontano, nella grande città e che il distacco, a volte, ne chiedeva il ritorno.

Inoltre gli uomini della casona dovevano dare la loro disponibilità per le varie funzioni religiose, chi era “capato” e quindi aveva dei precisi impegni, qualche altro era impegnato alle prove del coro che doveva cantare nelle Settimana Santa alle varie cerimonie in special modo nella messa solenne del giorno di Pasqua e perciò non erano presenti e occupati altrove, quando avevano del tempo libero si occupavano dell’orto per portare in cucina le primizie che vi erano nate.

E se già di venerdì o anche il giorno prima qualcuno anticipava l’arrivo per praticità e trovava sistemazione in una delle stanze preparate, gli altri ospiti arrivavano tutti ma in vari momenti, la grande casa si riempiva per la soddisfazione dei genitori che non vedevano l’ora di abbracciare le figlie “foreste”, qualcuno arrivava all’ultimo minuto dopo la messa solenne cantata tutta in gregoriano e dopo lo scambio degli auguri fatti nella piazza della chiesa. Il pranzo dai nonni materni ci aspettava e sapevamo molto succulento fatto di cibi genuini, frutto della produzione casalinga e poi certe polente distese sul tagliere, imponenti e tutte fumanti da prendere col cucchiaio per condire i pezzi d’arrosto che profumavano di rosmarino, salvia, chiodi di garofano, cannella in stecca. La faraona arrosta, il rotolo di vitello, il pollastro “col pien” e le patate arrostite e croccanti, i carciofi cotti da accompagnare alla carne usata per fare il brodo del risotto con i fegatini di pollo, le tagliatelle all’uovo condite con il ragù di carne, la gallina lessa e le sue carni immerse nel purè di patate che qualcuno arrichiva con dei buoni fagioli, poi la fugassa, il dolce a freddo che la zia aveva preparato dove sopra aveva scritto con la granella “auguri” e tanto vino da annaffiare tutte queste bontà, compreso quello della pubblicità,

Non mancava mai uno zio molto bravo a suonare la fisarmonica che allietava la serata di tutti, seduti in cerchio sul tinello della casa, ad ammirare le piroette dei ballerini che a coppie “scompagnate” si divertivano a ballare, intanto si aggiungeva qualche altro parente, dei paesi vicini, passato per scambiare gli auguri che volentieri si univa alla festa. Intanto la nonna aveva tirato fuori la sua torta di Pasqua che distribuiva a tutti facendo certe fette belle grandi perché ogni volta desiderava sentire i complimenti, il vino dolce da inzupparla, di produzione dello zio ma che a noi piccoli scaldava per bene le orecchie.

A una certa ora e a malicuore ci si preparava per tornare alle proprie case ma qualche volta ci era concesso di restare a dormire dai nonni assieme agli zii e ai cugini, anche perché il giorno succesivo, pasquetta, la festa riprendeva e le sorprese non mancavano mai.

La foto d’inizio è della collezione di Olindo F.
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  1. La rugiada di san Giovanni - […] soprattutto un tempo quando la dieta lo contemplava solo in certe occasioni importanti come le “feste grandi” . Dipendeva molto dal…

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